Leporello

le-po-rèl-lo

Significato In legatoria, libro od opuscolo che si apre a fisarmonica

Etimologia dal nome di Leporello, personaggio dell’opera ‘Don Giovanni’ di Mozart, con libretto di Da Ponte.

Siamo davanti a una parola che merita qualche frase più del solito, perché pur nascendo da un riferimento culturale intramontabile, nel suo significato è nuova, e addirittura non contemplata dai dizionari. Lo acquista in maniera brillante, ed è usata in maniera non solo vivace, ma internazionale.

Leporello è il nome del servo di Don Giovanni nell’omonima opera di Mozart, composta sul libretto di Lorenzo da Ponte. Si tratta di un personaggio buffo, con un suo spirito da spalla comica dichiarato in maniera immediata (anche se per noi oggi non evidente) dal riferimento onomastico al lepore, cioè a un tratto di arguzia scherzosa. Ma curiosamente il leporello di cui parliamo non ha un significato legato al modo di essere di Leporello: l’antonomasia non è tanto connessa al personaggio, quanto a una sua specifica azione scenica.

Nel primo atto, Leporello accompagna il padrone Don Giovanni in cerca (naturalmente) di nuove avventure amorose. Incontrano una donna che pare promettente, ma che si rivela essere già stata sedotta e conseguentemente scaricata da Don Giovanni poco prima: anzi lei lo stava cercando furiosa d’amore. Leporello serve specialmente in frangenti del genere: il Don si dilegua e lui, astuto, cerca di gestire la situazione — e la cosa migliore che qui trova da fare è scoprire le carte in tavola: che lo lasci perdere, Don Giovanni è un collezionista impenitente. E per rinforzare il concetto tira fuori la lista (che lui cura) delle conquiste carnali di Don Giovanni.

[...] Guardate
questo non picciol libro: è tutto pieno
dei nomi di sue belle.
Ogni villa, ogni borgo, ogni paese
è testimon di sue donnesche imprese.

Di qui le canta la famosa aria Madamina il catalogo è questo, in cui snocciola numeri e nazionalità, che si conclude:

Non si picca se sia ricca,
se sia brutta, se sia bella:
purché porti la gonnella,
voi sapete quel che fa.

Quello che ci interessa è esattamente questo libro di annotazioni che Leporello porta con sé. Il librettista Da Ponte, sceneggiando, non si diffonde su come debba essere rappresentato in scena fisicamente questo libro — e le regie hanno avuto secoli per sbizzarrirsi, contando che la prima rappresentazione fu a Praga nel 1787. C’è chi l’ha reso come un libro vero e proprio, chi come un fascio di fogli, chi come una serie di taccuini, chi con un rotolo a mo’ di papiro, e via e via.

Evidentemente qualcuno, in non si sa quale circostanza (presumibilmente all’estero visto che l’uso straniero precede quello italiano, a dispetto dell’italianità del testo), negli ultimi decenni si è immaginato in modo ricorrente che questo libro fosse composto a fisarmonica. Scenicamente è un’idea d’impatto, e a questo si deve il suo seguito: un libro normalmente rilegato non riserva sorprese, sul palco; una legatura a fisarmonica delle pagine, invece, si presta a un’apertura a cascata impressionante — e di impressionante lunghezza appare la lista che contiene, e che il servo Leporello consulta:

In Italia seicento e quaranta,
in Lamagna duecento e trentuna,
cento in Francia, in Turchia novantuna,
ma in Ispagna son già mille e tre.

Così il leporello diventa in generale, e sulla scena internazionale, nel gergo della legatoria specie artigianale, il libro o l’opuscolo rilegato a fisarmonica. Una rilegatura versatile, in pratica un foglio unico piegato a zig-zag, che può permettere una lettura consueta di pagina in pagina (di piega in piega) ma anche infilate complesse per tutta la sua lunghezza. Questa è una foto di Eline Gumbert.

Così possiamo parlare di come la bambina si distenda davanti il leporello con le figure degli animali con solenne piacere, anche se non sa poi ripiegarlo, della narrazione circolare di una bizzarra novella pubblicata a leporello, del libro d’arte stampato a leporello, del leporello con un paio di articoli che ci hanno messo in mano alla manifestazione.

Una parola che fa aggio sul tratto buffo del nome di Leporello e sulla levatura culturale della sua eco operistica, che sa descrivere senza essere didascalica quanto un richiamo alla fisarmonica, felicemente corrente, e che attende solo d’essere registrata sui dizionari.

Parola pubblicata il 12 Maggio 2021