Silfide

sìl-fi-de

Nella mitologia nordica, genii femminili che popolano l'aria e i boschi, che possono essere sia benevoli sia malevoli; ragazza snella e agile

derivato di silfo, omologo maschile della silfide; voce coniata dall'alchimista Paracelso a partire dal latino silvestris boschivo, con mutamento della v in f per adattamento alla pronuncia tedesca.

Fu il celeberrimo alchimista Paracelso, che operò nella prima metà del sedicesimo secolo, a formalizzare la figura di silfi e silfidi: rifacendosi alle magmatiche tradizioni popolari della mitologia nordica, ricca di spiritelli e genii, dette questi nomi agli esseri invisibili, elementali dell'aria, che popolano i venti e i boschi. Si trattava di figure fondamentali, nei discorsi sugli elementi che caratterizzano l'alchimia, e sono rimaste un paradigma per tutta la letteratura ermetica successiva.

Silfi e silfidi hanno attecchito anche nella cultura profana, e pur se tante volte è difficile rinvenire una sostanziale differenza fra loro e altre figure magiche, come le fate, mantengono delle chiare peculiarità. Infatti in particolar modo la silfide è sfuggente, leggiadra, diafana, che appare rapidamente e rapidamente scompare. È facile capire come il nome di una figura del genere sia passata ad indicare le ragazze di silhouette snella e portamento agile. A esempio, passando in bicicletta accanto al campo sportivo si ammirano fugacemente le silfidi che fanno la corsa a ostacoli, la ragazza con cui si esce si dimostrerà una vera silfide quando la portiamo a camminare nel bosco, e lo zio Ubaldo non è certo una silfide, specie quando si alza da tavola gonfio e sbronzo.

Da notare la grazia del nordico contrasto fra silfidi e valchirie, così evidente anche nella nostra cultura; e sicuramente sarà una superfetazione, ma è silfide, non sifilide. Quest'ultima è meno piacente.

Parola pubblicata il 06 Novembre 2014

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