Soccombere
soc-cóm-be-re (io soc-cóm-bo)
Significato Cedere a forze superiori; venir vinti in una lotta o in una gara
Etimologia voce dotta recuperata dal latino succŭmbĕre ‘cadere sotto, soggiacere; cedere’, da -cŭmbĕre col pref. sŭb- ‘sotto’.
- «Le forze sono soverchianti, ma ancora non è chiaro se soccomberà.»
Parola pubblicata il 15 Settembre 2026 • di Giorgio Moretti
Questa parola ha maturato un'aura estremamente scura — un cedere ultimo, una sconfitta finale. Ma non è un destino apodittico, inscritto inevitabilmente nelle premesse: a guardarlo bene, il soccombere è solo un soggiacere.
Infatti, anche se è meno perspicuo, il latino succŭmbĕre è un derivato di una variante di cŭbāre cioè proprio ‘giacere’. Ora, per noi soggiacere è 'essere sottoposto, essere soggetto' (vabbè, ci mordiamo la coda, subicere è 'sottoporre'), ma sa anche essere neutrale — come quando un'impresa soggiace alla legge di un certo Paese, come quando la mia inerzia soggiace al ritmo delle tue decisioni.
Non che sia isolato; anche l'incombere e -peggio ancora- le incombenze sono di questa famiglia e hanno un tratto minaccioso. Lo avrebbe anche il procombere, se fosse più noto.
In particolare il soccombere prende la piega del cedere a forze superiori, e del venir vinti in una lotta o in una gara (o anche in un giudizio).
Il colore che anticipavo si vede particolarmente bene in confronto, ad esempio, col verbo capitolare, che, pur essendo un arrendersi definitivo, ha il taglio di una convenzione militare, e quindi una certa tranquilla formalità. Si nota bene anche la differenza col desistere, che rappresenta una scelta distinta, che non è meramente subita; ancora meglio, col demordere, che curiosamente esiste quasi solo nella veste del non-demordere e quindi del fuoco su una presa valorosa che non viene meno, mentre il cedere, vago, adombra come cessi una resistenza — ma non ha un tratto definitivo o postremo. Il perdere è netto, e non ha solennità.
Se parlo di come rischiamo di soccombere al pranzo di matrimonio («Questi erano gli antipasti?!»), di giuste istanze che soccombono davanti a interessi venali, della squadra che doveva soccombere e ha trionfato, della parte soccombente in giudizio, adombro in modo cupo (anche se magari volto in ironia) la sorte di un giacere sotto, soverchiato, sconfitto. Il termine ricercato, però, conferisce al concetto una grande dignità — esaltata dai blocchi di consonanti, dal suono senza luce. Il soccombere ha quasi sempre qualcosa di eroico, o di liturgico. Grande risorsa. Sebbene...
Sia un verbo difettivo, almeno oggi. Non ha participio passato corrente. Ma se, per lunga dottrina, per vezzo o per scherzo, ci piace l'idea e non vogliamo ricorrere ai verbi servili («sono dovuto soccombere»), posso parlare di come sia andato a correre e alla prima salita sia soccombuto.