SignificatoChe infligge sofferenza con impassibilità, senza rimorso; detto anche di ciò che provoca dolore
Etimologia voce dotta recuperata dal latino crudelem, derivato di crudum ‘crudo, sanguinolento’, dalla radice indoeuropea di cruor ‘sangue vivo’.
La questione è basilare, stiamo maneggiando concetti terragni: che cosa aggiunge crudele a cattivo? Non la quantità di male, si direbbe, e nemmeno la gravità del danno: potremmo inquadrarla come una questione di temperatura. Di bassa temperatura.
Il crudele è semplice: infligge tormenti in modo impassibile. Non qualifica chi fa più male degli altri, ma chi lo fa senza che gli si smuova niente dentro. Vede la sofferenza, la riconosce benissimo (il suo non è un errore di lettura) e prosegue. Potrebbe esserci una misura di furia e di godimento, ma il fuoco è sull'assenza di pietà.
L'etimologia la prende per un manico che è più incisivo che trasparente. Crudele viene dal latino crudelis, che a sua volta deriva da crudus, 'crudo' — il cui primo senso è di 'sanguinolento'. La radice è quella di cruor, il sangue vivo che esce dalla ferita, che in italiano raccogliamo col poetico cruore. Alla lettera, dunque, crudele vale 'sanguinario'. Un carattere d'impatto, bestiale (per oltraggio alle innocenti bestie), che è stato ampiamente rielaborato.
Che il crudele abbia subito una sofisticazione è evidente specie se lo mettiamo vicino al feroce: lo sentiamo che nel feroce c'è la fiera, un impeto furioso, mentre il crudele può essere composto, debole, pauroso, schifiltoso. L'efferato non si allontana dal feroce e si attaglia all'atto con un tratto trasformativo da versipelle, mentre il carattere della crudeltà è spesso molto intimo. Il sadico si distingue perché il suo perno è il piacere: non prova pietà e rimorso ma le sofferenze lo lasciano tutt'altro che impassibile. Il malvagio è più opaco — improntato alla cattiva stella del malum fatum, come se il male gli fosse toccato in sorte — e non squaderna specificità pregnanti.
Lo spietato è un po' più didascalico, e notato in maniera più patetica e scandalizzata. Atroce, infine, è nero — ater — e gioca sulla paura, e anche lui si attaglia più alla cosa che alla persona.
Il crudele per molti versi è più elementare di tutte queste altre qualificazioni. In effetti hanno tutte una misura di crudeltà. Ma al contempo il crudele sa spingersi su altri lidi. Non solo quelli delle attribuzioni psicologiche a entità sovrumane (ah, destino crudele!), ma anche quelli, umanissimi, in cui il colpo di offesa profondissima, sanguinaria, è portato senza scomporsi. Perfino senza aggressività.
Se parlo della crudeltà di una battuta fatta ad alta voce, della crudeltà di una condizione di lavoro imposta, e delle crudeltà dell'allevamento, non c'è nessuno che mostri i denti. Si sa sublimare in maniera raccapricciante, il crudele, rimanendo sereno e presente a sé stesso.
La questione è basilare, stiamo maneggiando concetti terragni: che cosa aggiunge crudele a cattivo? Non la quantità di male, si direbbe, e nemmeno la gravità del danno: potremmo inquadrarla come una questione di temperatura. Di bassa temperatura.
Il crudele è semplice: infligge tormenti in modo impassibile. Non qualifica chi fa più male degli altri, ma chi lo fa senza che gli si smuova niente dentro. Vede la sofferenza, la riconosce benissimo (il suo non è un errore di lettura) e prosegue. Potrebbe esserci una misura di furia e di godimento, ma il fuoco è sull'assenza di pietà.
L'etimologia la prende per un manico che è più incisivo che trasparente. Crudele viene dal latino crudelis, che a sua volta deriva da crudus, 'crudo' — il cui primo senso è di 'sanguinolento'. La radice è quella di cruor, il sangue vivo che esce dalla ferita, che in italiano raccogliamo col poetico cruore. Alla lettera, dunque, crudele vale 'sanguinario'. Un carattere d'impatto, bestiale (per oltraggio alle innocenti bestie), che è stato ampiamente rielaborato.
Che il crudele abbia subito una sofisticazione è evidente specie se lo mettiamo vicino al feroce: lo sentiamo che nel feroce c'è la fiera, un impeto furioso, mentre il crudele può essere composto, debole, pauroso, schifiltoso. L'efferato non si allontana dal feroce e si attaglia all'atto con un tratto trasformativo da versipelle, mentre il carattere della crudeltà è spesso molto intimo. Il sadico si distingue perché il suo perno è il piacere: non prova pietà e rimorso ma le sofferenze lo lasciano tutt'altro che impassibile. Il malvagio è più opaco — improntato alla cattiva stella del malum fatum, come se il male gli fosse toccato in sorte — e non squaderna specificità pregnanti.
Lo spietato è un po' più didascalico, e notato in maniera più patetica e scandalizzata. Atroce, infine, è nero — ater — e gioca sulla paura, e anche lui si attaglia più alla cosa che alla persona.
Il crudele per molti versi è più elementare di tutte queste altre qualificazioni. In effetti hanno tutte una misura di crudeltà. Ma al contempo il crudele sa spingersi su altri lidi. Non solo quelli delle attribuzioni psicologiche a entità sovrumane (ah, destino crudele!), ma anche quelli, umanissimi, in cui il colpo di offesa profondissima, sanguinaria, è portato senza scomporsi. Perfino senza aggressività.
Se parlo della crudeltà di una battuta fatta ad alta voce, della crudeltà di una condizione di lavoro imposta, e delle crudeltà dell'allevamento, non c'è nessuno che mostri i denti. Si sa sublimare in maniera raccapricciante, il crudele, rimanendo sereno e presente a sé stesso.