Anima

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à-ni-ma

SignPrincipio vitale degli esseri viventi; in senso religioso, entità immortale contrapposta al corpo, che nell'umano presiede all'intelletto, ai sentimenti e alla spiritualità; essenza; persona; parte interna

voce dotta recuperata dal latino anima, affine al greco ànemos 'vento, soffio'.

Sì, questa è una parola gigantesca. Il novero dei suoi usi specifici è così vasto da essere disorientante - e davanti a parole del genere è importante cercare di comprenderne l'ossatura, le linee di forza che le reggono.

Il suo primo significato, da cui tutti gli altri sgorgano, è quello di principio vitale: etimologicamente, e secondo una suggestione antichissima, indoeuropea, questo principio è descritto come soffio, quel soffio, quel respiro che unisce i viventi. È un concetto davvero ingombrante. E gran parte del suo successo sta nella sua contrapposizione al fisico, al corpo - specie in riferimento all'essere umano, e in un'ottica religiosa. Diventa la parte più riposta della persona, la sua vera essenza, cifra e motore non caduco di intelletto, sentimento, spiritualità. Così, oltre che delle anime del Purgatorio, si parla figuratamente dell'anima di un racconto (anima principio, anima essenza, anima ispirazione), di un paesino di cento anime o delle anime buone dei soccorritori (anima persona, anima morale), perfino dell'anima della penna o della cravatta (anima parte interna, parte nascosta).

Un soffio, che ispira tutto ciò che c'è di invisibile di una persona e non solo. E una parola evocativa anche nel suono: pronunciandola, il flusso d'aria ininterrotto espira - lettera a lettera - dalla bocca, dal naso, dalla bocca, ancora dal naso e di nuovo dalla bocca. Anima.

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(G. Cavalcanti, Perch’i’ no spero di tornar giammai)


Tu senti, ballatetta, che la morte

mi stringe sì, che vita m’abbandona;

e senti come ’l cor si sbatte forte

per quel che ciascun spirito ragiona. […]


Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate

quest’anima che trema raccomando:

menala teco, nella sua pietate,

a quella bella donna a cu’ ti mando.


Torniamo, dopo la parentesi festiva, alla letteratura duecentesca: siamo ancora nel “dolce stil novo”, ma il tono è decisamente più drammatico.

Per Cavalcanti l’amore è una forza incontrastabile e minacciosa, sulla quale non si ha possibilità di controllo né di conoscenza. Da qui l’angoscia che pervade la “ballatetta” (piccola ballata): l’amore mette l’io di fronte alla sua impotenza, virtualmente alla sua morte. Sembra quasi di sentire l’eco di Pavese: “Ci si uccide perché un amore […] ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.”

L’io dunque si frantuma, come una nave contro uno scoglio. Si scinde cioè in diverse parti: gli “spiriti” (ossia le voci interiori), l’anima e la stessa ballata (che è sempre un’emanazione del poeta).

Cavalcanti evidenzia così la profonda contraddittorietà dell’io, moltiplicando le entità che lo compongono. Ecco perché il cuore contemporaneamente ama e odia, teme e spera: perché “ciascun spirito” gli parla (“ragiona”) in modo diverso. Una spiegazione ingenua, certo; però vi ritroviamo in nuce quella frammentazione dell’io che tanto piacerà a Pirandello, e persino un pizzico delle intuizioni freudiane.

Non solo: qui l’esilio del poeta rende ancor più difficile la comunicazione con la donna amata. Eppure la poesia cerca nonostante tutto di penetrare l’incomprensibile, e di intrecciare una comunicazione. Da qui l’insistente invocazione alla “ballatetta” e l’affidamento alla sua “amistade” (benevolenza): essa è l’unico, esile veicolo con il quale l’anima può raggiungere l’amata.

Del resto capita anche a noi, talvolta, di scrivere un messaggio particolarmente importante. Allora, come Cavalcanti, vi riversiamo una parte della nostra anima, e cento volte l’accompagniamo mentalmente a destinazione.

Ecco, a me questo sembra un piccolo ma commovente atto di coraggio: affidare la propria anima, fremente e indifesa, alle mani di un altro. È un nulla, forse, ma è tutto ciò che possiamo dare; e la lanciamo così, nel vuoto, sperando che venga accolta. Chissà, forse perché l’anima può slanciarsi in avanti solo nella speranza che qualcuno, da qualche parte, la stia aspettando.

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 08 Gennaio 2018

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