Figura

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fi-gù-ra

SignForma, aspetto esterno; corpo umano; forma geometrica; disegno

voce dotta, recuperata dal latino figura, da fìngere 'plasmare'.

Che parola semplice. E invece no. Questo concetto di base popola i nostri discorsi, ma non è semplice coglierne l'intima cifra. Per fortuna c'è l'etimo che ci aiuta molto, quindi, con un po' di poesia, ci proviamo.

Si può iniziare dicendo in genere che la figura è la forma, l'aspetto di qualcosa o di qualcuno: nella nuvola riconosciamo la figura di un coniglio, il reticolo di strade ha la figura di una ragnatela. Per eccellenza la figura diventa l'aspetto del corpo umano: l'amico ballerino ha una figura flessuosa, dopo le feste la nostra figura acquista una certa rotondità. E parimenti diventa la forma geometrica: rombi e triangoli sono figure piane, cubi e tetraedri sono figure solide. Infine - ma è l'inizio - la figura è la rappresentazione, la forma foggiata in scultura, tracciata in disegno, e anche fissata in una narrazione (la figura di un mito, la figura storica), o nelle regole di una disciplina artistica o atletica (dalla figura retorica all'arabesque).

La figura nasce in latino come qualcosa di plasmato. E in questo essere plasmata troviamo forse la cifra della figura: essa ha una sua identità. Viene individuata e separata dalla continuità confusa della realtà, così come dalla massa informe della creta viene tratta una rappresentazione pensata. La figura si fa tipo, soggetto, soggetto di una rappresentazione fisica o mentale. In questo si distingue dalla forma: la forma è un attributo di pensiero, la figura è un soggetto di pensiero. In termini più poetici, la forma si ha, la figura si è. Se una forma elegante può avere un contenuto rozzo, la figura elegante non può che esserlo intimamente.

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(Jacopo da Lentini, Meravigliosamente, vv. 1-9)


Meravigliosamente

un amor mi distringe

e mi tene ad ogn’ora.

Com’om che pone mente

in altro exemplo pinge

la simile pintura,

così, bella, facc’eo,

che ’nfra lo core meo

porto la tua figura.


Meravigliosamente”: in questo splendido incipit sembra vibrare l’entusiasmo di una letteratura nuova, nata quasi all’improvviso; come un fiore sbocciato nella notte.

Siamo in Sicilia, alla corte di Federico II, che a sua volta era soprannominato stupor mundi per la precoce ed eclettica intelligenza. Padroneggiava parecchie lingue – incluso l’arabo – e svariate discipline, dall’astronomia alla letteratura. Gli venne l’idea di trasporre la poesia d’amore provenzale in lingua siciliana: e così nacque la prima scuola poetica della nostra storia, di cui Jacopo da Lentini è uno dei membri più celebri.

Ma la meraviglia è adattissima anche all’oggetto della poesia, l’amore. Vi abbiamo poetato sopra per 800 anni, e ancora oggi ci suscita la stessa sorpresa: arriva di soppiatto, e all’improvviso ci troviamo stretti da “un amore” che non ci abbandona un momento.

Da dove è arrivato? Il poeta ci propone la sua ipotesi: come il pittore si concentra (“pone mente”) sul modello (“exemplo”) e lo riproduce, allo stesso modo la figura della donna, passando attraverso lo sguardo, si imprime nel cuore come su una tela.

Una risposta ingenua, ma non troppo. Sappiamo infatti che la vista è il veicolo più formidabile dell’esperienza; un’immagine può imprimersi nella memoria più di qualsiasi parola. Ma l’immagine da sola non basta: un uomo non si innamora di tutte le belle donne che incontra.

È necessario che “dipinga” la donna nel proprio cuore, cioè che si lasci compenetrare dall’amore. Solo così esso acquista un potere trasformante, e si conserva vivo e presente anche nella lontananza dalla donna. La vita intera, infatti, riceve un significato nuovo da quell’incontro, e l’io raggiunge paradossalmente la sua autenticità accogliendo in sé un tu.

Da questo momento, ovunque vada, l’amante porterà con sé una gioia segreta, tanto profonda da non poter essere interamente comunicata. E diventerà più prezioso ai suoi stessi occhi, proprio per quest’invisibile tesoro che il suo cuore racchiude.

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 20 Novembre 2017

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