Pentimento

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pen-ti-mén-to

SignDolore, rimorso, rammarico per avere o non avere fatto qualcosa; cambio d'opinione, correzione

da pentirsi, derivato del latino paenitère 'dispiacersi, essere scontento', forse da avvicinare a paene 'quasi'.

È una parola semplice. Il punto di partenza è un codice di condotta, un insieme di precetti morali, legali, religiosi: il pentimento è un tipo di dolore e rimorso che scaturisce dall'essersene discostati, facendo o non facendo qualcosa. Ma tale sentimento è piuttosto complesso: comprende il desiderio impossibile di essersi comportati in maniera differente, il riconoscimento dell'errore e un ravvedimento, e il desiderio possibile di una riparazione. Mostro il mio pentimento per non esserti stato vicino, il pentimento di non aver fatto qualcosa finché ero in tempo mi rode, il mio pentimento è motivo di azioni nuove e forti.

Lo scorcio etimologico è davvero interessante: non ha a che fare con la pena, il castigo, ma piuttosto col malessere, la scontentezza, il dispiacere. Il richiamo plausibile e quasi ermetico al paene latino, 'quasi', proietta una forte luce di mancanza. Il quadro che ne risulta è tutto interiore.

Parola semplice ma pesante; e come spesso accade, le parole pesanti possono essere modulate in significati più leggeri. In questo caso accade con il volgere del pentimento in un cambio di opinione, di idea, e in una piana correzione: scelgo il colore dell'auto senza pentimenti, l'appoggio che do al mio rivale ha tutto il sapore di un pentimento ed è normale qualche pentimento nella stesura del romanzo.

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(Manzoni, I promessi sposi)

Ma appena rimase solo, [l’Innominato] si trovò, non dirò pentito, ma indispettito d’aver dato [la sua parola a don Rodrigo]. Già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze. Quelle tante ch’erano ammontate, se non sulla sua coscienza, almeno nella sua memoria… (Cap. XX)

La rimembranza di tali imprese […] destava […] una non so qual rabbia di pentimento. (Cap. XXI)

Manzoni sta mettendo a nudo il “guazzabuglio del cuore umano”: un magma di pensieri ed emozioni, non sempre consapevoli. E qui sta il problema: le parole sono forbici, che ritagliando la realtà la semplificano. Più sono precise, più rischiano di lasciarsi sfuggire qualcosa; più sono di uso comune, e più rischiano di essere fraintese.

Cosa fa l’autore, quindi? Usa una struttura oppositiva (“non… ma…”) che si avvicina al concetto quasi in cerchi concentrici. Corregge, con piccoli tocchi, la direzione delle forbici. E a noi lettori chiede pazienza: non bisogna aver fretta di possedere la realtà, bensì occorre accompagnarla nelle sue tortuosità.

Non solo: la cautela del narratore riflette l’inconsapevolezza dell’Innominato. Noi infatti sappiamo che il suo animo si sta muovendo verso la conversione, ma il personaggio lo intuisce soltanto. Perciò l’ambiguità sintattica rivela l’altalenare del suo pensiero, che vorrebbe negare il cambiamento eppure, nominandolo, lo fa reale (come direbbe Freud, per l’inconscio la negazione non esiste).

C’è poi un terzo aspetto: le parole vivono nel tempo, ed il loro significato varia a seconda della consapevolezza con cui sono pronunciate. Manzoni quindi sfoglia i vari livelli della parola “pentimento”, facendole acquistare peso poco alla volta.

Il termine è introdotto quasi sbadatamente, con una connotazione debole: è solo un disagio indefinito. Perciò l’autore allude appena a categorie etiche, e subito le sostituisce con equivalenti neutri (dispetto, uggia, memoria).

In seguito quel sentimento confuso diventa un giudizio morale: l’Innominato prende coscienza della propria malvagità, anche se non vede ancora una possibilità di riscatto. Da qui la lotta che combatte con se stesso, espressa da un bellissimo ossimoro (“rabbia di pentimento”).

Solo dopo l’assenso della volontà l’Innominato potrà dirsi “pentito” in senso religioso: tanto che il colloquio con il cardinal Federigo ha tutto il sapore di una confessione.

Come il personaggio che descrive, quindi, anche la parola è in cammino, alla ricerca del suo significato proprio: ci dice quello che c’è, e ci fa presentire quello che non c’è ancora.

Con Lucia Masetti, giovanissima laureanda in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 17 Ottobre 2016

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