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Peperone

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pe-pe-ró-ne

SignPianta della famiglia delle solanacee, in particolare la 'Capsicum annuum', e gli ortaggi dolci o piccanti che dà come frutto

dal latino piper 'pepe'.

In una delle strisce del capolavoro di Bill Watterson, Calvin & Hobbes, il pestifero seienne protagonista del fumetto viene mandato a letto senza cena. Soffrirà la fame? Figuriamoci. Nell’ultima vignetta, eccolo che telefona in pizzeria: “... and extra pepperoni!”. Un bambino che ordina pizza con aggiunta di verdure? Decisamente poco plausibile, e infatti in inglese pepperoni non sono i peperoni, che si chiamano (bell) peppers, bensì il salame piccante. Il passaggio tra i due è abbastanza intuitivo, ma vale la pena di salpare al suo inseguimento sulla rotta delle spezie.

Porto di partenza sarà per forza ciò di cui il peperone — un po’ incongruamente, in effetti — è l’accrescitivo, e cioè il pepe, che per noi europei è una conoscenza assai più vecchia. L’italiano pepe, così come l’inglese pepper, deriva dal latino piper e prima ancora dal greco péperi, a sua volta dal sanscrito pippali. Conosciuto in India almeno dal 2000 a.C., il pepe si diffuse poi nel resto dell’Oriente e nel bacino del Mediterraneo. A partire dalla conquista dell’Egitto (30 a.C.), Roma iniziò un assai lucrativo commercio del pepe, inviando ogni anno in India una flotta di 120 navi che, attraverso il Mar Rosso e il Mare Arabico, caricavano, sbarcandole ad Alessandria, tonnellate di Piper nigrum e Piper longum. In epoca classica e nel Medioevo il pepe era un lusso riservato a pochi, tanto prezioso da essere chiamato “oro nero” e fungere da pegno e mezzo di pagamento, arricchendo tutti coloro che si avvicendarono nel solcare i mari col pepato carico: arabi, veneziani, genovesi, portoghesi, olandesi, inglesi.

E finalmente, questa preziosità ci fa approdare al peperone: fu anche per spezzare il monopolio delle repubbliche marinare nel commercio del pepe che gli esploratori portoghesi, nel XV secolo, si diedero a circumnavigare l’Africa in cerca di una via marittima alternativa per le Indie, riuscendoci nel 1498 con Vasco da Gama. Cristoforo Colombo, com’è noto, scelse invece di “buscar el Levante por el Poniente”, scoprendo casualmente l’America, dove non cresceva il pepe bensì il peperoncino, che gli indigeni chiamavano ají o chile. Colombo capì subito che quegli strani baccelli erano cosa diversa dal pepe, a cui li accomunava solo la piccantezza. Tuttavia, per pigrizia mentale o per consolarsi di essere arrivati nel posto sbagliato, gli spagnoli diedero ai frutti del Capsicum annuum il medesimo nome che usavano per il pepe, pimienta, e la confusione si estese alle altre lingue europee, dall’inglese pepper al francese piment o poivron, fino al serbocroato pȁpar, da cui deriva il tedesco Paprika (peperone e peperoncino, detti anche, non a caso, spanischer Pfeffer, pepe spagnolo).

In Italia, la novità proveniente dal continente americano fu detta inizialmente pepe d’India (la stessa “India” dei porcellini e dei fichi), poi, dal XVIII secolo, peperone; infine, dalla seconda metà dell’Ottocento, solo le varietà più grandi e non piccanti furono chiamate “peperoni”, mentre per le più piccole e piccanti si coniò peperoncino. Nessuno, però, avvisò gli anglosassoni, che proprio in quel periodo presero a chiamare pepperoni il salame piccante, giacché per loro in italiano “peperoni” era sinonimo di piccantezza! Un bel pasticcio botanico, geografico e linguistico, non c’è che dire. E allora attenzione — specialmente ai vegetariani — prima di ordinare una “pepperoni pizza” all’estero…

Con Salvatore Congiu, insegnante e poliglotta, un martedì su due osserveremo una strana coppia: una parola italiana e una sua sorella che in inglese, francese, spagnolo o tedesco prende tutta un'altra piega.

Parola pubblicata il 18 Giugno 2019

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