Possedere

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pos-se-dé-re (io pos-siè-do)

SignAvere in possesso qualcosa; dominare

dal latino possidère, composto di potis 'padrone' e sedere 'risedere'.

È una parola straordinariamente concreta. L'etimologia ce la spiega con un'immagine semplice ed eloquente: la presenza del padrone - o meglio, il sedere come padrone. La situazione di dominio, di signoria di cui gode chi possiede qualcosa è una situazione attuale. E questa è la differenza sostanziale fra il possedere e l'avere in proprietà: posso essere proprietario di qualcosa senza possederlo, posso possedere qualcosa senza esserne proprietario. Il possesso non passa per pezzi carta o dichiarazioni.

È quindi a una situazione di fatto che ci si riferisce quando si parla di possedere - e questo carattere è evidente anche negli usi non giuridici di questo verbo, molto affine al dominare. Oltre al possedere qualcuno nel senso di averci un rapporto sessuale (uso molto forte e apprezzabile nel reciproco dominio carnale che sa evocare), si può essere posseduti da una rabbia indomabile, e si può possedere una lingua, un'arte o una disciplina.

Un verbo che ci riporta a una dimensione reale di padronanza.

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(Il trionfo della morte, D’Annunzio)


Io non posseggo quel ch’io vorrei possedere. […] Tu chiudi dentro di te un mondo per me impenetrabile. […] Bacio la tua fronte; e sotto la fronte si muove forse un pensiero che non è mio. […] Io rimango solo, in una solitudine spaventevole. […] ed è un’angoscia così forte che […] mi getto sul tuo corpo, […] impaziente di possederti. […] Ma quale voluttà può compensare l’immensa tristezza che sopraggiunge?


Il narratore, Giorgio, è un aspirante superuomo (come D’Annunzio). Ma l’amore sconvolge i suoi piani: non vuole esserne schiavo e non può liberarsene; e così finisce con l’uccidere sia l’amata che se stesso. Ci troviamo insomma di fronte a un femminicidio, argomento quanto mai attuale: ma l’aspetto più interessante è il giudizio che ci sta alla base.

Giorgio si rende conto di un fatto evidente: non conosciamo mai totalmente le persone che amiamo. Non possiamo dominare i loro pensieri, vedere i loro ricordi, e neppure costringerli ad amarci. In una parola, non li possediamo.

Del resto, forse il mistero che giace in una persona è proprio ciò che la rende degna di essere conosciuta. E se l’Io potesse fondersi completamente con un Tu, il rapporto non sarebbe più possibile (perché non ci sarebbe più un “altro” al quale rapportarsi).

È chiaro però che la distinzione tra Io e Tu comporta anche il rischio dell’incomunicabilità, e l’angoscia della solitudine. Giorgio reagisce quindi “possedendo” ciò che della donna è fisicamente dominabile, fino a distruggerla.

Non illudiamoci, comunque, che la tentazione del possesso sia un’esclusiva degli innamorati: potrebbe appartenere anche ad un genitore, o un fratello. Pensiamo a Pascoli, ad esempio. Sia lui che D’Annunzio avvertivano il desiderio di un amore infinito, rispettivamente nella durata e nell’intensità. E più quest’amore gli sfuggiva, più loro si sforzavano di “possederlo”.

Per questo D’Annunzio è sempre passato da una donna all’altra, recidendo il legame non appena perdeva l’ardore della novità. E per questo Pascoli ha preteso che le sorelle continuassero a vivere con lui, quasi “mummificando” il nucleo famigliare.

Ma allora, viene da chiedersi, esiste un amore che non sia possesso? E il limite umano può convivere con l’infinità del desiderio? D’Annunzio ci risponde di no. A noi scoprire se la sua risposta è corretta.

Con Lucia Masetti, giovanissima laureanda in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 28 Novembre 2016

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