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Rispondere

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ri-spón-de-re (io ri-spón-do)

SignReplicare, reagire; soddisfare; essere responsabili di fronte a qualcuno

dal latino respondère, composto di re- 'indietro, di rimando' e spondère 'promettere'.

Anche questa parola cela una radice profonda che origina nelle solennità latine. Ed è l'ennesima evidenza del fatto che è il consueto a riservare le curiosità più sorprendenti.

Il latino 'respondere' nasce componendo il concetto di un 'promettere di rimando': una replica tutt'altro che generica. Non dobbiamo dimenticare che l'antica Roma - specie ai suoi albori - era governata da un diritto estremamente formale, che si articolava in riti e formule, di chiara matrice religiosa. Aveva i tratti tipici della magia: un gesto sbagliato, una parola non pronunciata e l'atto o il negozio non avevano validità. L'atto solenne del respondere ha però invitato da subito estensioni notevoli di significato, che gli hanno fatto prendere già in latino il versatile profilo che ha oggi il nostro 'rispondere' - dall'echeggiare al soddisfare.

La base di un replicare, di un reagire si sviluppa in una vasta tavolozza di usi concreti: si può rispondere con atti (rispondo con una pernacchia), con parole, in maniera docile e obbediente (l'auto risponde benissimo alla guida) o ribelle (il ragazzino si permette di rispondere). Si può rispondere soddisfacendo (l'albergo risponde alle aspettative), si può rispondere avendo una responsabilità (dell'integrità del bene risponde il custode). Dell'originaria promessa non resta nemmeno l'ombra: ma quel promettere di rimando precipita nell'immagine un'eco, da cui tutto il resto si dipana.

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(Manzoni, I promessi sposi, Cap. X)

Quel lato del monastero era contiguo a una casa abitata da un giovine, scellerato di professione […] Costui […] avendo veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar lì […] un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata rispose.


La frase finale è una famosissima aposiopesi (o reticenza): una figura retorica che consiste nell’accennare un discorso senza completarlo. Il lettore è quindi costretto a partecipare alla narrazione, ricostruendo i pezzi mancanti.

In tal modo Manzoni focalizza l’attenzione sulle dinamiche fondamentali: e così, in questa piccola frase, si concentra tutto il mistero del libero arbitrio. Il soggetto (“la sventurata”) ci parla immediatamente della violenza che Gertrude ha subito. Ma il punto focale è il verbo: il male non ha vinto realmente, finché lei non decide di “rispondergli”. Questo è il punto di svolta, che la trasforma da vittima in colpevole.

In due parole, insomma, è riassunta un’intera antropologia. Anche nelle condizioni più aspre l’uomo non coincide mai con ciò che gli accade: può sempre scegliere se far entrare il male nella sua anima, oppure no. Questo gli conferisce, se ci pensiamo, una dignità altissima, ed anche una grande plasticità. Ogni istante può chiederci di ridefinire ciò che siamo, in bene o in male; tutto dipende da come rispondiamo alla realtà che ci circonda.

Dio stesso, secondo Manzoni, non può far nulla senza una corrispondenza da parte umana. Una simpatica nota linguistica: la tradizione cattolica ha espresso il concetto giocando sulla parola latina “fiat”. La troviamo per la prima volta nella Genesi: «Dio disse “Sia la luce” (fiat lux) e la luce fu.» Dio quindi lancia il primo messaggio, ma la sua creazione non è ancora completa. Sarà necessario che una ragazzina di Nazareth risponda con un altro “fiat”: “Fiat mihi secundum verbum tuum”, ossia “Avvenga di me ciò che hai detto”. Non solo: ci sarà bisogno di un terzo fiat, pronunciato da Gesù nell’orto degli ulivi (“Fiat voluntas tua”, cioè “Sia fatta la tua volontà”). Dunque non solo la storia dei singoli, ma l’intera storia della salvezza è, in fin dei conti, una successione di risposte.

Con Lucia Masetti, giovanissima laureanda in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 26 Dicembre 2016

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