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Shampoo

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shàm-poo (sciàm-po)

SignDetergente schiumogeno specifico per i capelli

dall’inglese shampoo, a sua volta dall’hindi chāmpo (imperativo di champnā ‘massaggiare’), a sua volta dal sanscrito चप् (cap) ‘massaggiare’.

Un paio d’anni fa il mio professore di latino dell’Università tenne una conferenza durante la quale espose un proprio studio di filologia, raccontando come la lampadina per risolvere un problema testuale gli si fosse accesa una mattina mentre si lavava i denti: così, durante un momento assolutamente ordinario, banale e di routine (e non durante le tante ore chino sulle carte seduto alla scrivania), gli era venuta l’illuminazione. Allo stesso modo può capitare che sotto la doccia, tra una canzone e un’altra, strofinando la testa ci si chieda: “Ma perché diamine lo shampoo si chiama shampoo?”

Ricordo che durante le scuole medie partecipai a un laboratorio, con le insegnanti di italiano e inglese, durante il quale parlammo anche di prestiti. Fu sconvolgente sentire la professoressa d’inglese dire “sciampù” e rivelarci che all’italiano il termine è arrivato proprio dall’inglese. Certo, pensandoci bene non doveva essere un così gran mistero, considerandone la grafia, ma la cosa mi colpì comunque parecchio. Quindi, fino a non troppo tempo fa, ero convinto che la parola venisse da lì, e m’immaginavo un imprenditore con pipa in bocca, bombetta in testa e baffi a manubrio sollevare una pittoresca boccetta davanti a sé e dire ai suoi collaboratori: “This head-cleaning concoction will be known in the world by the name of shampoo!” (“Quest’intruglio lavateste sarà noto al mondo come shampoo!). La cosa divertente è che il punto di partenza (e cioè che shampoo fosse una parola inventata in inglese) era enormemente sbagliato, ma la storiella che mi immaginavo, alla fine, non così tanto. Il termine, infatti, arriva all’inglese dall’hindinel 1762 (siamo nel periodo della grande rivalità coloniale in India tra Gran Bretagna e Francia, nel contesto della Guerra dei Sette Anni) con un significato diverso: massaggio (nello specifico, l’imperativo del verbo hindi “massaggiare”). Quando veniva offerto lo shampoo, esso consisteva in un massaggio dello scalpo. Bisogna aspettare ancora un bel po’ prima di arrivare ad associare il termine al detergente schiumogeno che tutti conosciamo, e il passaggio dall’inglese all’italiano avvenne molto tardi, addirittura nel 1930 (prima attestazione del termine nella nostra lingua).

Come al solito, viaggio nel tempo: come ci arriviamo al sanscrito? Mutamento dopo mutamento, metti e togli, tagliuzza e ricuci, ci imbattiamo nel verbo चप् (cap, da leggersi ciap), che indica proprio l’esecuzione del movimento che si effettua durante il massaggio (attenzione, il movimento: il verbo si usa anche, per esempio, quando si parla dell’azione di lavorare un impasto).

E ho da proporvi pure un uso pratico di queste nozioni: quando la prossima volta dal parrucchiere vi trovate tra le mani di quello (c’è in tutti i saloni) che per lavarvi la testa vi prende e vi strapazza come se dovesse shakerare un margarita, tirate fuori il sanscrito, e per correttezza etimologica il massaggio rilassante diventa un imperativo.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una vicinanza fra italiano e sanscrito.

Parola pubblicata il 26 Luglio 2019

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