Sprezzatura

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sprez-za-tù-ra

SignL'essere sprezzante; atteggiamento studiatamente disinvolto e trascurato, e ciò con cui tale atteggiamento si manifesta

derivato di sprezzare, dal latino pretium 'pregio, valore', attraverso un ipotetico expretiare.

Questa bella parola ha una sorte davvero straordinaria: in Italia è quasi del tutto negletta, mentre all'estero ruggisce, fra marchi d'imprese e blog e riviste di moda - percepita come portatrice di un concetto intraducibile, e vera cifra dell'italianità.

La sprezzatura (sull'origine del termine si diffonderà Lucia fra pochi capoversi) è ovviamente anche l'essere sprezzante: ti indispongo apposta con una sprezzatura al vetriolo, il collega mi ha risposto con una sprezzatura indecente e per vendetta gli faccio freddare il caffè. Senso forte, ma che non è il centro del successo globale.

La sprezzatura, a regola di Baldassarre Castiglione, è in genere l'atteggiamento studiatissimo, voluto e ricercato di piena disinvoltura, di naturale spontaneità, fino alla trascuratezza, volto a ostentare un'abilità e una sicurezza assoluta, che non richiede alcuno sforzo: giusto quello che la sprezzatura ha in sprezzo. È sprezzatura quella dell'amica che "Oh, non tocco un pianoforte da così tanto tempo..." e poi infila l'intera Appassionata di Beethoven nello sgomento generale; è sprezzatura quella dell'amico che con un'ora e mezza di cera, gel, cambi e stropicciamenti si costruisce una mise carismaticamente trasandata; una volta giocavo con amici a scagliare delle canne simili a giavellotti in un grande prato, arrivò un ragazzo, prese una canna, la scagliò a cinquanta metri e disse solo "era bilanciata malissimo" - e la sua era sprezzatura (seppi solo dopo che era un ex giavellottista professionista). La sprezzatura può anche essere ciò che manifesta questo atteggiamento: l'intervento dello storico è costellato di fascinose sprezzature.

Insomma, la sprezzatura ci parla di maniera.

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(Baldassarre Castiglione, Il cortegiano, libro I, cap. XXVI)


Per dir forse una nova parola, [occorre] usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte, [come se si agisse] […] senza fatica e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia: perché delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficultà, onde in esse la facilità genera grandissima maraviglia; e per lo contrario il sforzare e, come si dice, tirar per i capegli dà somma disgrazia e fa estimar poco ogni cosa, per grande ch’ella si sia.


Machiavelli e Castiglione scrivono quasi nello stesso periodo e sullo stesso tema, ma il focus è diverso: nell’uno il principe, nell’altro il cortigiano, ossia la persona comune.

E, sebbene Castiglione sia meno noto, gli si deve questo fortunatissimo neologismo, “sprezzatura”, usato per secoli in svariati campi. Oggi sicuramente non ne parliamo spesso, ma nella pratica lo usiamo tantissimo.

Quando vogliamo fare buona impressione, per esempio, adottiamo esattamente la tattica che Castiglione suggerisce: usiamo maniere cortesi ed affabili, ma facendo attenzione a non farle suonare affettate. E nella pratica sportiva, o musicale, l’ideale cui si aspira è proprio fare tutto in modo naturale, apparentemente senza sforzo. Persino quando guardiamo la televisione la sprezzatura è parte del nostro quadro mentale; infatti distinguiamo facilmente gli attori mediocri, perché si sente che stanno recitando.

Del resto un neologismo vero fa proprio questo: esprime un concetto reale, che tutti capiscono ma che è difficile spiegare con altri termini.

Ma allora perché Questa parola è caduta in disuso? Possono esserci tante ragioni. Sicuramente oggi diamo meno importanza alle maniere formali, il che è un bene e un male insieme. L’interazione sociale ha bisogno anche delle sue piccole finzioni, come la cortesia e la modestia di cui la sprezzatura si nutre.

Non solo, però. Per noi italiani la sprezzatura, si può dire, è parte del carattere nazionale. Infatti il buon gusto, e il desiderio di fare bella figura, sono tanto pervasivi che li diamo per scontati: finiamo così per avere un certo stile anche quando non ci sforziamo consapevolmente di ottenerlo. Perciò all’estero può capitare – come alla sottoscritta – di ricevere complimenti per un maglioncino di nessun impegno, scelto quasi senza pensarci.

Forse, allora, la sprezzatura è diventata a tal punto parte di noi che non la vediamo più, e per questo non la nominiamo. Il massimo della sprezzatura raggiungibile.

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 09 Aprile 2018

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