Murmure
mùr-mu-re
Significato Voce letteraria e poetica per ‘mormorio’: suono basso, continuo e indistinto, come quello dell’acqua, del fogliame, del vento o di voci lontane. In medicina, murmure vescicolare: il rumore prodotto dall’aria che entra negli alveoli polmonari, percepibile con l’auscultazione del torace
Etimologia voce dotta recuperata dal latino murmur, di origine imitativa, formato per raddoppiamento su un’antica base indoeuropea ricostruita *mor-mor.
- «Dalla finestra aperta entrava il murmure del fiume».
Parola pubblicata il 13 Agosto 2026 • di Greta Mazzaggio
Esistono parole nelle quali il significato sembra quasi arrivare in ritardo, preceduto dal suono che le costituisce. Murmure è una di queste e, trovandola qualche giorno fa in un romanzo di Ilaria Tuti, mi ci sono soffermata, come spesso accade da quando scrivo per questa pagina. Prima ancora di comprenderla, viene spontaneo pronunciarla lentamente, quasi assaporandola: ci si accorge allora che le labbra non si dischiudono mai completamente, trattenute dalla ripetizione di due consonanti labiali che sembrano costringere il fiato a restare raccolto nella cavità orale, mentre la r, vibrando appena, introduce una minima increspatura in una continuità sonora che non conosce vere interruzioni. È difficile sottrarsi all'impressione che la parola stia già facendo, mentre la si pronuncia, ciò che promette di descrivere.
Murmure appartiene infatti a quella ristretta famiglia di vocaboli nei quali la lingua rinuncia, almeno in parte, all'arbitrarietà del segno e tenta di avvicinarsi acusticamente al proprio referente. L'onomatopea, tuttavia, raramente consiste nell'imitazione puntuale di un suono ma, assai più spesso, ne riproduce la struttura. Se un rumore è continuo, tenderà a esserlo anche la parola che lo designa; se è iterato, la lingua ricorrerà volentieri al raddoppiamento di una sillaba. È un procedimento antichissimo, che attraversa le lingue del mondo e che ritroviamo già nella base indoeuropea della nostra parola, che i linguisti ricostruiscono come *mor-mor, dalla quale discenderebbero il latino murmur, il greco mormýrein, detto dell'acqua che ribolle, il sanscrito murmurah, lo scoppiettio del fuoco, e, attraverso il latino, l'inglese murmur, il francese murmure, lo spagnolo murmullo e il nostro mormorio.
La consonante m, se ci pensate, si può tenere facilmente a bocca chiusa, ed è quella che facciamo quando qualcosa è buono o quando canticchiamo a labbra serrate, e perfino quando qualcosa ci lascia perplessi. È un suono che forse descriverei come “indistinto” e su cui, quindi, abbiamo costruito il nome di uno dei rumori più difficili da circoscrivere, quello che proviene da una presenza sonora diffusa.
L'italiano, poi, di rumori sommessi ne ha una collezione notevole. Si sussurra quando qualcuno parla a un solo interlocutore, o a poche orecchie; viene dal latino susurrus, anch'esso onomatopeico e costruito su una ripetizione, ed è un suono intimo, quasi dolce. Poi, si bisbiglia quando, oltre alla vicinanza, entra in gioco anche la volontà di non farsi sentire da altri. Il brusio nasce invece dalle moltissime voci di una sala o di una piazza che finiscono per confondersi; il fruscio appartiene alle foglie, alla carta, alla seta; il gorgoglio resta fedele all'acqua, il ronzio agli insetti e alle macchine. Il murmure sfugge invece a questa distribuzione quasi tassonomica e non presuppone un parlante né un destinatario, non nasce per essere ascoltato e, proprio per questo, finisce quasi sempre per designare quei rumori che sembrano appartenere al paesaggio più che a qualcuno.
Nell'uso, del resto, la parola conferma perfettamente questa sua vocazione. Si dirà il murmure di un ruscello, delle fronde, del mare in lontananza, della pioggia sul tetto; e, per naturale estensione metaforica, anche il murmure del traffico che accompagna certe insonnie o quello di una preghiera recitata da molte voci insieme, quando le singole parole si dissolvono in una continuità sonora indistinta. Difficilmente, invece, verrebbe spontaneo parlare del murmure del frigorifero o della ventola del computer: non perché quei rumori siano troppo diversi, ma perché murmure reca con sé una patente di nobiltà che la lingua sembra concedergli da secoli. È una parola selettiva, che sceglie i propri referenti e rifiuta istintivamente tutto ciò che appare eccessivamente tecnico.
Ariosto infatti parla del «grato murmure» dell'acqua che cade in un vaso d'alabastro, mentre Leopardi, nell'Ultimo canto di Saffo, scrive «me non il canto De’ colorati augelli, e non de’ faggi Il murmure saluta». Più tardi anche Quasimodo ricorrerà al murmure degli ulivi saraceni, confermando come questa voce, seppur sempre più rara nella lingua comune, abbia continuato a vivere ostinata nella tradizione poetica.
Resta da dire del luogo in cui questa parola letteraria è andata infine a rifugiarsi, e non è la poesia. In semeiotica medica si chiama murmure vescicolare il rumore che il medico va cercando quando appoggia lo stetoscopio al torace, quello dell'aria che penetra negli alveoli polmonari: un fruscio basso e continuo, identico in ciascuno di noi, che si ausculta per accertarsi che sia regolare, poiché là dove risulti attenuato o aspro il medico sa di dover cercarne la causa.
È improbabile che murmure torni mai a essere una parola d'uso comune, e forse non è nemmeno auspicabile. Appartiene a quel lessico che vive proprio grazie alla sua rarità: parole che non si consumano nell'uso quotidiano e che, alla luce di questa straordinarietà, conservano intatta la capacità di evocare. Ma se un giorno vi troverete davanti al rumore di un ruscello, delle fronde mosse dal vento o di una città ascoltata da molto lontano, ricordatevela. Scoprirete che mormorio descrive un suono; murmure, molto spesso, un'atmosfera.