Sgualcire

sgual-cì-re (io sgual-cì-sco)

Significato Deformare con grinze e pieghe, specie stoffa e carta

Etimologia da gualcare ‘follare la lana’, da una voce longobarda o francone riconducibile alla radice protogermanica ricostruita come walkan- ‘rotolare, muovere qua e là’.

  • «In tasca avevi questa banconota, è sgualcita ma buona, la prendo io.»

Ci sono molte cose del passato di cui non sentiamo la mancanza. Ad esempio, la vicinanza degli impianti di follatura, che per millenni hanno fatto parte del tessuto urbano e che forse hanno impiegato (e certo ammorbato) molta gente del nostro albero genealogico. La follatura è una parte essenziale nella lavorazione di materiali a lungo più importanti di quanto non siano ora, come il panno di lana e il feltro. Infatti la follatura agisce sulle fibre, incastra le squame dei peli e li compatta, a volte fino all’impermeabilizzazione, e quindi permetteva di ricavarne vestiti caldi e coprenti che non si inzuppassero — come fanno i nostri morbidi golfini al primo spruzzo. (Per arrivare allo ‘sgualcito’ si passa di qui, abbi fiducia.)

Il problema è che follare la lana non è affare semplicissimo, ed è tremendamente faticoso. Va battuta con grande intensità, girandola, ripiegandola, spostandola, intrisa di una variabile miscela di acqua calda, saponi, argille e non solo: ricordate come è che Vespasiano ripianò i bilanci? Ecco, quella roba che olet si usava in gran quantità anche nelle follerie che gremivano le città. Tutta la famiglia di parole nasce dalla figura latina del fullo (nome di etimo ignoto), che pestava questa lana coi piedi, bontà sua. Nel medioevo invece si usavano mezzi più raffinati ed efficaci: c’erano le gualchiere, macchinari azionati dall’acqua che sollevavano e facevano abbattere sulla lana intrisa pesanti magli. Molto meglio.

Qualche naso vispo avrà già annusato che queste pezze strapazzate dalla gualchiera, be’, hanno una sorte che sgualcisce (infatti dopo serve ancora qualche operazione di rifinitura), ma facciamo qualche passo più lento, perché dobbiamo camminare fra parole di lingue del ceppo germanico che non ci confortano con molte attestazioni scritte.
Una radice del protogermanico ricostruita come walkan- è annoverata col significato di ‘rotolare, muovere qua e là, lanciare’; un’immagine che vi si ricollega in maniera significativamente ricorrente è quella delle onde del mare. Molte fonti indicano che, tramite longobardo o francone, è questa la radice del gualcare-follare trecentesco e quindi del gualcire cinquecentesco — da cui, un secolo dopo, lo sgualcire.

Lo sgualcire è un deformare con pieghe e grinze. Posso sgualcire la mia bella gonna poggiata alla sedia sedendomici sopra; a forza di stazzonare il suo bel disegno mostrandolo e riponendolo, la bambina lo sgualcisce irrimediabilmente; e il piccolo, vecchio foglietto con appunto ritrovato in fondo al cassetto è tutto sgualcito, ma si legge ancora, lo ha scritto…
La questione più sottile è la differenza col gualcire. Che effetto fa il prefisso s-?

Be’, lo sappiamo: è un prefisso brusco. Lo sgualcire ha più malagrazia del gualcire, e si sgualciscono cose più resistenti. Il gualcire è elegante. Non parlerò di un petalo sgualcito, ma dei petali di rosa ormai gualciti sì; la biancheria gualcita suggerisce uno stropicciamento d’alcova — se è sgualcita, non tratti bene la tua biancheria, forse te ne servirebbe addirittura di nuova; un libro gualcito è stato letto e riletto e riletto ancora devotamente, uno sgualcito lo hai scordato in fondo allo zaino per un mese.
Ma lo sgualcire è in ogni caso più fine di qualunque altro sinonimo: gli spiegazzari, con quell’-azz-, sono rumorosi, gli stropicciari, sono vigorosi e sempre voluti, mentre addirittura gli sciupari sono didascalici, arrivano a un esito che è da buttar via.

Bella parabola, dalle onde del mare, ai martelli sulle vasche con la lana, alla sciarpa di seta scordata e pestata in auto.

Parola pubblicata il 09 Gennaio 2026 • di Giorgio Moretti