Erebo

è-re-bo

Significato Nella mitologia greca, luogo oscuro, sotterraneo, dimora dei morti, e divinità associata; luogo oscuro, profondo, misterioso

Etimologia voce dotta recuperata dal latino ĕrĕbus, prestito dal greco érebos ‘inferno, oscurità del mondo sotterraneo’.

Ci sono delle parti del mito che sono facili da immaginare e che sono anche abbastanza univoche.
Teseo nel labirinto, facilissimo.
Ulisse e le sirene, molto facile (c'è il problema di figurarsi le sirene, ma insomma).
Zeus che rapisce -vediamo- Alcmena, Niobe, Elettra, Antiope, Danae, Europa, Leda, Semele e via e via e via, facile (ci sono un paio di questioni che riguardano piogge d'oro e cigni, ma anche qui non percepiamo difficoltà immaginative insormontabili).
Se però veniamo alle divinità primigenie che poi sono anche dei posti, ecco le dolenti note. Ma l'occasione lessicale resta formidabile, quindi andiamo, e facciamo attenzione a dove mettiamo i piedi.

Prendiamo il racconto di riferimento riguardo a questi affari — la Teogonia di Esiodo, dell'8° secolo a.C.: «In principio era il Caos», e c'è ancora, mio buon Esiodo; dal Caos, che però ricordiamo non era il nostro caos, era una sorta di vuoto abisso cosmico, nascono Erebo e la Notte — gente scura, che genera specularmente gente luminosa come Etere e il Giorno.
Ora, Erebo, si legge, è un luogo oscuro, sotterraneo, regno dei morti e anche relativa divinità (come Ade per l'Ade, e Dite per Dite, e Orco per l'Orco — la tendenza è chiara). Ma nella partenza primigenia è un buio cosmico (dato rilevante, vedremo).
Certo che però fa presto a perdere sia il riferimento generale al buio sia il tratto di personificazione. Già in Omero è solo un posto — il regno dei morti.

Potremmo confonderlo con altri luoghi simili. Ad esempio il Tartaro — che è forse il più differente: nel mito è un luogo di cattività ultimo, per prigionieri politici e fetenti di caratura eccezionale. L'Erebo ha piuttosto una sua malinconia.
Potremmo avvicinarlo meglio all'Averno, che però è un luogo raggiungibile — nel comune di Pozzuoli, il cui lago sulfureo era creduto porta degli Inferi (sebbene, con un'adeguata canalizzazione, sia stato convertito a porto militare sotto Augusto, ma è un'altra storia). Quella dell'Averno è una figura con un tessuto simbolico differente, che non attinge ai primordi. All'Orco non si avvicina più; l'orco delle fiabe e del fantasy si è mangiato anche l'Orco infernale. Invece potremmo affiancarlo bene all'Ade — ma ecco che il buio rientra dalla finestra.

L'Ade (come anche l'Inferno) ha una sua dimensione amministrativa, che nell'Erebo è decisamente più sospesa. È un buio che intride questo spazio sotterraneo al modo in cui l'Etere, suo figlio, intride gli spazi celesti. Intride o piuttosto costituisce.

Poi nessun gendarme ci impedirà di fare un buglione e mischiarli e usarli l'uno per l'altro come si scambia verza e cappuccio — non stiamo parlando di entità che restino ben distinte, sono strati del medesimo coso escatologico. Ma ecco, l'Erebo è più delicato, più ricercato, e sì, più buio. Anche nel suono abbiamo la sdrucciola, vibrante lontananza dell'eremo. E lo fa sfociare in ciò che è oscuro, e profondo, e sotterraneo, e misterioso.

Posso parlare della scelta scellerata di un governo che ha mandato all'Erebo tanta gente innocente; posso parlare di cose del passato che riaffiorano da erebi d'indifferenza e d'incuria; del sotterraneo del palazzo antico o della cantina, che è un Erebo ancora da esplorare; di un vasto erebo d'inconscio. (Maiuscola, direi, per valorizzare la citazione del luogo mitico, minuscola per normalizzarla.)

Parola altissima. E alto è il rischio che risulti affettata. Ma d'altro canto è un riferimento mitologico diretto e crudo, che altro mai ci potremmo aspettare?

Parola pubblicata il 08 Settembre 2026