Varietà di italiano scritto propria della comunicazione digitale – messaggi, chat, post, commenti – caratterizzata da informalità, brevità, frammentarietà, contaminazione con l’oralità e con l’inglese della rete
composto del prefisso e- (dall’inglese, abbreviazione di electronic, come in e-mail, e-book) e italiano, con aferesi della i; coniato dal linguista Giuseppe Antonelli nel 2012.
voce dotta recuperata dal latino interfectum, participio passato di interficere ‘uccidere, distruggere’, composto di inter- ‘in mezzo’ e facere ‘fare’.
Nella credenza popolare, influsso malefico esercitato dallo sguardo di certe persone, per invidia o malanimo, anche inconsapevolmente; per estensione, sfortuna, iettatura
composto di malo e occhio; il sostantivo unito è ottocentesco, nato dalla locuzione ben più antica mal occhio.
Ravviato col pettine; in senso figurato, curato nella forma, per lo più in modo eccessivo
participio passato di pettinare, dal latino pectināre, derivato di pecten ‘pettine’, da pectĕre ‘pettinare, cardare’, su una radice indoeuropea legata alla tosatura e al vello.
Che riguarda gli umori del corpo; e, nell’uso comune, di chi muta umore con facilità
deriva da umore, dal latino (h)umor ‘liquido, umidità’, a sua volta da (h)umēre ‘essere umido’; il valore di ‘temperamento, disposizione d’animo’ nasce dalla dottrina ippocratica.
Mancante di una parte, non pieno, non intero; per estensione, detto di persona, che manca di senno o di prontezza di mente
participio passato di scemare ‘diminuire, ridursi della metà’, attraverso il latino volgare *semare, derivato del latino tardo sēmus ‘mezzo, dimezzato’, a sua volta da sēmi- ‘metà’.
Piatto a base di fettine sottilissime di carne bovina cruda, disposte su un piatto e condite con una salsa fredda (originariamente a base di maionese, senape e salsa Worcestershire); oggi, all’estero e in Italia, il termine si estende a una categoria di taglio universale applicata anche a pesce, verdure o frutta
dal cognome del pittore veneziano del Rinascimento Vittore Carpaccio (ca. 1465–1525); il piatto fu battezzato così nel 1963 da Giuseppe Cipriani, fondatore dell’Harry’s Bar di Venezia, per via della somiglianza tra il rosso vivo della carne cruda e le tonalità accese e inconfondibili che dominavano le tele del maestro esposte in quel periodo in una celebre mostra al Palazzo Ducale.