Appagare

La strana coppia

ap-pa-gà-re (io ap-pà-go)

Soddisfare, esaudire

derivato di pagare, con prefisso ad-.

“Chi ha pagato è appagato” recitava un vecchio slogan esortando argutamente al pagamento del canone TV. Ma al di là delle lepidezze pubblicitarie di mamma RAI, il legame tra pagare e appagare è abbastanza chiaro: nella forma, perché “appagare” è formato semplicemente anteponendo a “pagare” il prefisso “a-”; nella sostanza, poiché il pagamento appaga il creditore in quanto lo soddisfa, lo contenta, lo quieta (e infatti, di norma egli rilascia quietanza del pagamento).

Cotanta quiete è confermata, in apparenza, dall’etimologia: pagare e appagare discendono dal latino pacare, a sua volta derivante da pax, pace. Peccato però che della pace, notoriamente, i Romani avessero un concetto un po’ sui generis. In un celebre passo dell’Agricola, lo storico latino Tacito fa dire a Calgaco, generale calèdone (scozzese), a proposito dei Romani: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” (laddove fanno il deserto, lo chiamano pace). C’era tanta violenza, prima e sotto quella pax, e infatti pacare significava sì “pacificare”, ma dopo aver piegato e sottomesso — e in agricoltura, non a caso, voleva dire “dissodare un terreno”, quindi spezzarne la resistenza, renderlo pervio allo sfruttamento. Traccia di questa violenza permane anche nel termine italiano: anticamente — e tuttora a livello dialettale — pagare valeva “punire”, “castigare”, benché oggi, piuttosto che “pagare qualcuno” per il male che ci ha fatto, semmai “gliela facciamo pagare”, e non siamo appagati finché non l’ha pagata.

Nell’appagamento, invece, pare proprio non esservi nulla di men che benefico: appagare è soddisfare, esaudire ogni desiderio o bisogno. Perciò la piega semantica presa dallo spagnolo apagar, che oggi significa esclusivamente “spegnere” (un fuoco, la luce, il motore, ma anche l’amore, il rancore, la sete), a noi italiani può parere, a tutta prima, affatto incongrua. Ma basta ripensare all’origine latina: come pacare era quietare, calmare, così apagar el fuego, spegnere il fuoco, equivale a quietarne la furia, a domarne l’impeto. A prima vista, sembra l’esatto contrario del nostro appagare. Mentre infatti la cifra dell’apagar spagnolo è il togliere, quella dell’appagare è il dare. Il desiderio è figlio della carenza: per appagarlo bisogna dargli ciò che manca, lo si deve saziare, soddisfare (satis facere). Tuttavia, è chiaro che appagarlo significa al tempo stesso estinguerne la fiamma, spegnerlo.

L’incontro fra i due significati, l’italiano e lo spagnolo, getta luce quindi sul rapporto dialettico tra il sazio e lo spento, l’appagato e l’ottuso. L’atto dell’appagare spegne il desiderio: gli uomini lo sanno da sempre, dentro e fuori dalle alcove. Lo sanno bene anche gli allenatori sportivi, che paventano l’appagamento per le vittorie ottenute — la mancanza di “fame” agonistica — quale minaccia esiziale per il raggiungimento di vittorie future. Con ben altra profondità filosofica e poetica, poi, Leopardi ci ha mostrato che un vero appagamento è umanamente impossibile, giacché il nostro desiderio del piacere è per natura illimitato ma le soddisfazioni non lo sono mai, quindi non può esistere felicità se non nell’attesa.

E allora, dopo Il sabato del villaggio, come potrebbe mai appagarci il pagamento del canone? Non certo nel senso italiano, semmai in quello spagnolo. Forse, invece che farci appagare, dovremmo apagarla un po’ più spesso, quella TV.

Parola pubblicata il 02 Luglio 2019

La strana coppia - con Salvatore Congiu

Parole sorelle, che dalla stessa origine fioriscono in lingue diverse, possono prendere le pieghe di significato più impensate. Con Salvatore Congiu, insegnante e poliglotta, un martedì su due vedremo una di queste strane coppie, in cui la parola italiana si confronterà con la sorella inglese, francese, spagnola o tedesca.

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