Padre

Radici indoeuropee

pá-dre

Significato Genitore maschio

Etimologia dal latino pater (genitivo patris) ‘padre’.

  • «Padre mio, ché non m’aiuti?» (Dante, Inferno XXXIII, v. 69)

In questo articolo strumentale puoi trovare alcune note di carattere generale riguardo a questo ciclo di parole. L’articolo verrà aggiornato nel tempo.

I nomi di parentela, per noi parole così scontate, sono spesso tra le parole più conservative di una lingua: resistono più di altre a mutamenti, manipolazioni, sostituzioni.

Prendiamo padre, dal latino pater (genitivo patris): viene dal protoindoeuropeo *ph₂tḗr, forma (di nominativo) che riaffiora, a valle delle varie leggi fonetiche, quasi ovunque nell’Indoeuropa: greco πατήρ (patḗr), sanscrito pitā́, antico persiano pitā⁠, armeno classico hayr, antico irlandese athair, antico inglese fæder, antico alto tedesco fater, tocario B pācer sono solo una manciata degli esempi antichi, dai quali discendono le forme oggi così familiari — letteralmente — a miliardi di persone: spagnolo padre, francese père, inglese father, tedesco Vater, hindī pitā, fārsī pidar, armeno hayr.

Parola familiare, ma non sempre famigliare: italiano padre e gli altri continuanti di *ph2tḗr sono generalmente il lessema non marcato, “neutro”, per indicare il genitore di sesso maschile — per parlare di nostro padre, ma non a nostro padre. In questa seconda funzione preferiamo papà, o babbo, così come i cugini inglesi preferiscono dad, quelli indiani abbā, quelli armeni hayrik. Anche gli Ittiti e i Goti avevano il loro lato tenero, e chiamavano il papà rispettivamente attaš e atta. Mentre alcune di queste forme sono regolarmente derivate dalla forma non marcata (per esempio l’armeno hayrik, con suffisso diminutivo-vezzeggiativo -ik), altre non hanno nulla a che fare col protoindoeuropeo *ph2tḗr e i suoi discendenti, e si ritrovano infatti in lingue non imparentate con la famiglia indoeuropea né fra loro, come l’ungherese (apa), lo swahili (baba) o il cinese mandarino (bàbà): siamo nel disturbante (almeno per i glottologi) dominio del fonosimbolismo (ideofoni, onomatopee e loro derivati), dove il segno linguistico non è più totalmente arbitrario e quindi le leggi fonetiche iniziano a scricchiolare.

Meglio tenercene alla larga e tornare ai nostri padre, pater, πατήρ, pitā́ etc., da cui le leggi fonetiche ci permettono di ricostruire, con rassicurante regolarità, nominativo *ph₂tḗr, genitivo *ph2trós (greco πατρός [patrós], armeno hawr, latino arcaico patrus), accusativo *ph2térm̥ (sanscrito pitáram, greco πατέρα [patéra]) e così via.

*h2 è una delle tre laringali protoindoeuropee: ci siamo già imbattuti in *h1 a proposito della parola sapiente e abbiamo già visto che una laringale, stretta tra due consonanti occlusive (cioè realizzate interrompendo il flusso d’aria che attraversa il nostro apparato fonatorio dai polmoni alle labbra), si comporta come una vocale. Ora, quando tra due occlusive troviamo una i in sanscrito e una a in tutte le altre lingue (compreso il greco, lingua diagnostica in questo contesto), abbiamo una corrispondenza fonetica regolare che punta dritto a *h2.

Se le laringali vi emozionano, tenetevi forte, perché passiamo ora a un altro argomento-bandiera della glottologia indoeuropea (e germanica): la legge di Grimm.

Avrete notato che lingue germaniche mostrano sistematicamente una f- iniziale quando la maggior parte delle altre lingue ha p-, per esempio antico inglese fæder (da cui oggi father) e antico alto tedesco fater (da cui oggi Vater, dove V- si pronuncia f-), ma greco πατήρ, latino pater, italiano padre. La stessa cosa vi sarà magari saltata all’occhio quando abbiamo parlato di piede (in inglese foot, in tedesco Fuß).

Già Jacob Grimm (proprio lui, quello che insieme al fratello Wilhelm raccolse le fiabe popolari tedesche, le Fiabe dei fratelli Grimm che tanto hanno fruttato a Walt Disney) notò la corrispondenza sistematica tra latino p e germanico f, ma fu il danese Rasmus Christian Rask a raccontare tutta la storia, e a formulare quella che ingenerosamente oggi ricordiamo come ‘legge di Grimm’ (quattro pignoli la chiamano infatti legge di Rask-Grimm.

La storia è questa, ed è avvincentissima: nel passaggio dal protoindoeuropeo al germanico, è avvenuta una specie di rotazione consonantica:

  • le occlusive sorde *p, *t, *k, *kw (w indica una labiovelare, cioè un’occlusiva pronunciata con un segmentino finale che suonava come la u- di uovo) sono diventate fricative, *f, *þ, *h, *hw (la runa þ, il cosiddetto thorn, si pronuncia come la th- di inglese think — o thorn, per l’appunto),
  • le occlusive sonore *b, *d, *g, *gw diventavano le nuove sorde (*p, *t, *k, *kw)
  • e le occlusive sonore aspirate *bh, *dh, *gh, *gwh diventavano le nuove sonore (*b, *d, *g, *gw, che in vari contesti fonetici erano pronunciate come fricative).

Questo è un mutamento fonetico regolare: è avvenuto in tutte le parole, senza eccezioni, a tutte le occlusive che si trovavano in inizio o in interno di parola (tranne che alle occlusive sorde precedute da *s o da altra occlusiva). Ecco spiegata la corrispondenza fonetica regolare tra la f- di father e Fuß e la p- di padre e piede, o fra la t- di ten e la d- di dieci.

La legge di Grimm è un caposaldo del metodo comparativo: dimostra il principio dell’ineccepibilità delle leggi fonetiche — falso! La *t di *ph2tḗr è diventata una *d, non una *þ, in protogermanico (antico inglese fæder, gotico fadar etc.)! Avete ragione, ma questa è un’ulteriore legge fonetica, la legge di Verner, che, come vedremo, si incastra perfettamente negli ingranaggi della legge Grimm. Ineccepibilità delle leggi fonetiche: le apparenti eccezioni sono altre leggi.

Parola pubblicata il 07 Febbraio 2026 • di Erica Fratellini e Matteo Macciò

Radici indoeuropee - con Erica Fratellini e Matteo Macciò

Con Erica Fratellini e Matteo Macciò, glottologi e indoeuropeisti, un sabato su due andremo alla scoperta delle radici indoeuropee delle nostre parole — là dove sono nati i miti, le prime tecnologie, i nomi degli animali e delle parti del nostro corpo. Un 'là' che è 'qua', così come la chioma e il ceppo sono nello stesso posto.