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Attesa

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at-té-sa

SignL'azione di attendere; tempo passato ad attendere; sentimento vissuto nell'attendere

derivato di attendere, uguale in latino, col significato di 'volgersi a', composto di ad- e tendere.

Questa parola ha una pulizia e un'incisività formidabile. Fra il momento in cui un evento è annunciato o previsto e quello in cui si verifica c'è un lasso di tempo: se ci interessa, in quel tempo attendiamo l'evento. Etimologicamente ad esso siamo rivolti, su di esso siamo concentrati - tesi come il gatto davanti al buco da cui sa che uscirà il topo.

L'attesa si riferisce a quell'arco temporale con un respiro molto ampio e con una bella sintesi. Infatti descrive sia l'atto di attendere, sia quel tempo che si passa ad attendere, sia il sentimento che nel mentre abbiamo in cuore. Quindi possiamo dire di essere in attesa dei risultati dell'esame, ci lamentiamo della lunga attesa, e quando gli spettatori stanno prendendo posto in platea l'attesa trepidante per il concerto è palpabile.

Un tempo vuoto, o annoiato, o emozionato, in cui siamo messi in trazione.

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(Clemente Rebora, Dall’immagine tesa, vv. 1-4)


Dall’immagine tesa

vigilo l’istante

con imminenza di attesa –

e non aspetto nessuno.


Rebora è un autore meno noto di Ungaretti, eppure gli assomiglia sotto molti aspetti. Anche Rebora infatti era un animo inquieto, tormentato da domande esistenziali; e la poesia era appunto il suo modo di indagare l’essenza della realtà. La sua inquietudine fu esacerbata anche dall’esperienza della guerra, trasformandosi quasi in malattia psichica; e in ultimo sfociò nella conversione al cristianesimo.

Questa poesia si colloca appunto nel periodo precedente la conversione, in cui convivono ancora tendenze opposte. Da qui le frequenti antitesi, e in particolare l’opposizione tra due termini apparentemente sinonimici: attendere e aspettare.

Ora, aspettare viene da “aspicere”, guardare; pertiene quindi qualcosa di specifico, che si “vede” avvicinarsi. Attendere, invece, implica un generico stato di tensione, non necessariamente consapevole della propria meta. Rebora, quindi, sfrutta le diverse sfumature per esprimere una condizione paradossale: un’attesa priva di un oggetto definito.

Del resto questo tema è piuttosto diffuso nella letteratura novecentesca. Un verso di Montale, ad esempio, recita: “Assente, come manchi in questa plaga / che ti presente e senza te consuma”. Anche qui, dunque, il poeta attende una misteriosa figura salvifica (incarnata, è vero, in una donna specifica, ma non coincidente con essa). E la paradossalità dell’attesa si concretizza in un gioco etimologico: la donna è assente, eppure il presentimento di lei intride tutto il paesaggio circostante.

Certo, l’attesa implica anche la possibilità della delusione. Perciò può trasformarsi in un tormento senza scopo, come nella famosa pièce “Aspettando Godot”, o nel romanzo nostrano “Il deserto dei tartari.”

Eppure dell’attesa non possiamo fare a meno: attendiamo il “vero amore”, che ci salvi dalla solitudine; attendiamo di trovare un senso negli eventi che ci capitano. E, banalmente, ad ogni capodanno riaffermiamo la speranza nel futuro, a prescindere dai pronostici razionali.

Ancora attualissima, quindi, è la domanda di Pavese: “Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?”

Con Lucia Masetti, giovanissima laureanda in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 03 Aprile 2017

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