Guerra

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guèr-ra

SignConflitto armato fra gruppi organizzati

dal germanico werra 'mischia'.

Sappiamo fin troppo bene come si usa questa parola, e quale miriade di eventi terrificanti possa descrivere. Ci sono però un paio di questioni etimologiche capaci di proiettarvi sopra qualcosa di nuovo.

Classicamente in latino 'guerra' si diceva bellum. Ma questa parola in italiano ha dato solo frutti dotti, anche molto tardi - dal bellicoso, al belligerante, al bellico. La parola 'guerra' è invece un retaggio germanico, e ha iniziato a incardinarsi nel latino parlato alla sera dell'Impero, con le prime invasioni barbariche che lo avrebbero poi portato al collasso. L'impronta della guerra immortalata nella nostra lingua è quindi geneticamente un'impronta barbarica. Questa osservazione è suffragata da un'ipotesi ulteriore, suggestiva e generalmente accettata.

I Romani non brandivano ramoscelli d'ulivo, anzi, erano spietati maestri della guerra; e la contrapposizione armata fra Romani e barbari visse anche nella contrapposizione fra bellum e werra, ossia fra la guerra dei Romani, ordinata e sofisticata, e la guerra dei barbari, selvaggia e disordinata. Fu la guerra dei barbari a prevalere, militarmente e linguisticamente, sull'Impero e nell'Impero. Usando questa semplice, grave parola portiamo in bocca il ricordo tramandato del conflitto - del modo del conflitto - che spense Roma. Niente di meno.

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(F. Petrarca, Pace non trovo e non ho da far guerra, vv. 1-4 e 9-11)


Pace non trovo, e non ho da far guerra;

e temo, e spero; et ardo, e son un ghiaccio;

e volo sopra ’l cielo, e giaccio in terra;

e nulla stringo, e tutto ’l mondo abbraccio. […]


Veggio senza occhi, e non ho lingua e grido;

e bramo di perir, e cheggio aita;

et ho in odio me stesso, et amo altrui.


Questo celebre sonetto è costruito interamente per antitesi (coppie d’opposti). L’amore, infatti, sbaraglia impunemente il principio di non contraddizione.

Di fronte a lui l’animo non ha pace, ma non ha neppure gli strumenti per reagire (per “fargli guerra”); si scopre poverissimo, eppure sente in sé una ricchezza sconfinata (“il mondo abbraccio”). L’emozione dipinge immagini illusorie (“veggio senza occhi”) e viceversa ammutolisce il grido che, nel profondo, ribolle. La vita appare così disprezzabile e preziosa al tempo stesso; perciò al desiderio di morte si accompagna un’invocazione d’aiuto (“aita”).

Tuttavia il sonetto riflette anche una spaccatura esistenziale: da un lato il desiderio, alimentato dai sensi; dall’altro l’astrazione ideale. Infatti, mentre Dante trovava continuità tra i due aspetti, Petrarca li percepisce in opposizione: il terreno contro il divino, il corpo contro l’anima.

Dunque si sente al contempo incatenato “in terra” e innalzato “sopra’l cielo” da un anelito di libertà e purezza. E in questo è profondamente attuale. Tutti noi, infatti, oscilliamo tra esigenze ideali e pratiche, e il dramma dei moderni è proprio la difficoltà di far combaciare le due dimensioni.

Ancor più attuale, poi, è la prospettiva che sta alla base del conflitto. Petrarca vive infatti un’epoca di crisi, segnata soprattutto dalla peste del 1348. Perciò, di fronte all’instabilità dolorosa del presente, preferisce rifugiarsi in un mondo ideale (poetico e religioso).

Tuttavia Laura lo costringe a mantenere lo sguardo aperto sul presente. Petrarca può arrivare a odiare tutto, anche se stesso; ma non lei. Ne consegue uno stato di profonda inquietudine: egli non accetta né se stesso né la realtà circostante, eppure non riesce a muovervi contro una vera “guerra”, perché il cuore trova ancora qualcosa di caro cui aggrapparsi.

Meno male, mi viene da dire: meglio un cuore sanguinante, ma vivo. E del resto il fascino della poesia petrarchesca sta proprio nel coniugare la perfezione formale con un dramma vivo, profondamente umano.

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 29 Gennaio 2018

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