Disguido

di-sguì-do

Significato Errore di spedizione, di recapito; errore di esecuzione di un programma

Etimologia dallo spagnolo descuido ‘disattenzione, dimenticanza, trascuratezza’, da descuidar ‘trascurare’, derivato di cuidar ‘badare’, a sua volta dal latino cogitare ‘pensare’ – con prefisso negativo des-.

Posto che la maggior parte dei parlanti è anche guidante, niente di più facile che immaginare il disguido come un affare della sfera automobilistica, o almeno, con un occhio al passato, carristica. Dopotutto il disguido, come riportano attentamente i dizionari, è in primis l’errore di spedizione, di consegna, e in una prospettiva appena più ampia l’errore di viaggio — ma anche contrattempo, errore d’esecuzione rispetto al piano. Concetti che parrebbero cuciti sull’esperienza della guida. Proprio per questo è stupendo scoprire che il guidare non c’entra niente con la sua genesi.

‘Guidare’ è una voce di origine gotica che significa ‘indirizzare, dare la direzione’, diffusasi nel mondo, secondo alcuni, proprio attraverso la sua ricezione in italiano. Invece il disguido arriva dalla Spagna nel Seicento — e non stupisce la chiosa per cui è nella Milano e nella Napoli dominate dagli spagnoli che dapprima ha attecchito. Lo spagnolo descuido racconta la disattenzione, la negligenza, ed è derivato del verbo descuidar ‘trascurare’: il prefisso des- inverte l’azione del cuidar, cioè del badare, dell’aver cura. E il punto sorprendente è che questo cuidar è derivato del latino cogitare, cioè ‘pensare’.

Noi percepiamo nel cogitare un’aura altamente intellettuale, se non cervellotica, che ci porta l’immagine di una fronte aggrondata e una posa da statua di Rodin: sorte non strana per un latinismo del genere. Ma non dobbiamo credere che quello fosse un ‘pensare’ diverso dal nostro, che spesso di intellettuale ha ben poco — come quando ti penso dolcemente, o penso di andare al mare, o non ho pensato a quello che stavo dicendo.

Ecco: quel cuidar coglie il cogitare proprio in questo profilo di ‘porre attenzione’, ‘aver cura’ — pensare alla spazzatura da buttare, pensare che un certo atto sarebbe indelicato, pensare ai tuoi bisogni. Il disguido ne esce quindi come una sbadataggine, ma in italiano prende da subito una piega specifica.

Forse per via del primo livello di comunicazione fra dominatori spagnoli e dominati italiani, il disguido prospera e alligna in campo amministrativo. Spedizioni, consegne, esecuzioni di programmi — e perciò cresce su errori di recapito, malintesi, contrattempi. Non è una sbadataggine generale, non posso dire «Ho bruciato il soffritto per un disguido» — o meglio lo posso fare, ma sembrerà che stia spersonalizzando la responsabilità di quello che è successo, quasi fosse un qui pro quo procedurale.

Perché anzi, il disguido non porta quasi più traccia della responsabilità della trascuratezza: spesso si presenta come un errore di nessuno, fisiologico, un banale inceppamento burocratico. Difatti normalmente diciamo che il disguido c’è, o c’è stato, come fosse nebbia al mattino, o vento da est, si verifica come fosse un incidente, o un curioso fenomeno fisico. Non viene fatto, compiuto, commesso. È un errore che, si sa, può capitare: di dimenticanze, mancanze, incomprensioni, errori materiali è pieno il mondo — ma bisogna comunque stare serenamente al gioco, don.

Parola pubblicata il 09 Gennaio 2021