Madore
ma - dó - re
Significato Leggero velo di sudore, umidità che ricopre la pelle appena prima della sudorazione vera e propria, velo liquido
Etimologia voce dotta recuperata dal latino mador, dal verbo madére, ‘essere bagnato, stillare’.
- «Sui suoi occhi ho scorto un velo di commosso madore.»
Parola pubblicata il 09 Agosto 2026 • di Maria Costanza Boldrini
C’è un’espressione un po’ trita, nel nostro scrivere ancor prima che nel nostro parlare, particolarmente adatta ai mesi estivi, ed è ‘madido di sudore’. Certo, potremmo dire ‘zuppo di sudore’, ma è troppo contadino, sa troppo di zappa; c’è l’opzione ‘fradicio di sudore’, che rende anche il sudicio che spesso s’accompagna alla sudorazione; o ancora il lineare ‘sudatissimo’, superlativo che s’attaglia più che mai alle estati che affrontiamo da qualche anno a questa parte, durante le quali subiamo le conseguenze del collasso climatico.
Il madido però è contegnoso, si finge desueto per essere invece speso con disinvoltura e anche noncuranza non appena si fa conoscenza con esso. Resta impresso, viene usato sempre e solo in quella circostanza, cristallizzato sulla nostra pelle come i sali minerali che espelliamo attraverso i pori: nessuno ha mai sentito dire o letto che qualcuno è madido dell’acqua di una fresca cascata di montagna, che ha i capelli madidi di gel o che ha i vestiti madidi dell’acqua dei gavettoni. Madido è sempre e solo di sudore, circoscritto a questo fenomeno biologico che può essere, a seconda della situazione, il massimo del disgusto o il non plus ultra dell’attrattiva.
Da dove proviene questo aggettivo? Da una parola che ha in sé una cifra, una caratura e una rarefazione che sfiorano il poetico, ed è il madore. Già il suono è quasi tattile, sembra di passare il dito su di una fronte appena appena inumidita. È un prestito latino dalla parola mador, a sua volta dal verbo madere, ovvero essere bagnato, stillare. Vediamo in che modo il madore è diverso dal sudore:
sudo copiosamente mentre sotto il solleone trasporto gli scatoloni del trasloco, il bambino che fa il riposino nel calore della controra si risveglia tutto sudato e di cattivo umore, l’amica luma con gusto la bella vicina che rientra tutta sudata dal jogging, affronto con una smorfia di disgusto l’afrore dei corpi accalcati nella metropolitana, sudati a causa delle temperature agostane in città.
Il sudore è brutale nella sua biologica semplicità che appiattisce e leviga ogni differenza sociale, tanto da essere sinonimo anche del duro lavoro: ci guadagniamo il pane col sudore della fronte, godiamo dei frutti che ci siamo duramente sudati, sudiamo sette camicie per preparare un esame molto ostico. Siamo tutti uguali davanti alla legge e sotto i rivoli di sudore che scendono lungo la schiena, che sia per fatica fisica o intellettuale.
Il madore, invece, ha in sé una signorilità e al contempo una sensualità ben diverse: non è vero e proprio sudore, è ciò che ricopre la pelle appena prima che si sudi davvero. E allora tergiamo discretamente con un fazzoletto di fiandra il madore che affiora sul nostro labbro superiore in quest’afa opprimente, ci godiamo con pigrizia la sensazione del madore che stilla dal nostro corpo mentre ci abbronziamo in spiaggia e accarezziamo con voluttà il madore su di una schiena nuda nella penombra della stanza.
Con un salto di qualità ulteriore, il madore si stacca dalla nostra pelle e si posa su tutto ciò che può essere avvolto da un leggero velo liquido, e lo fa con una delicatezza e una poesia evocative, discrete ma pienamente tattili. È madore la dolce rugiada sui petali vellutati dei fiori, madore l’umidità tropicale sul cesto di frutta che ci aspetta nella stanza d’albergo, madore la condensa sui vetri dell’automobile nella stiva del Titanic.