Pettegolezzo

pet-te-go-léz-zo

Chiacchiera indiscreta, malevola, oziosa

da pettegolo, voce di origine veneta, derivato di peto.

Il giudizio sociale cristallizzato in questo termine non è dei migliori, e ha un'intelligenza graffiante, sarcastica: il pettegolezzo viene presentato qui come un'incontinenza analoga a quella di un peto - non sto scherzando, potete controllare su qualunque dizionario etimologico.

La chiacchiera indiscreta sui fatti altrui, volentieri maliziosa se non proprio malevola, sempre oziosa, prende il carattere dell'invariabilmente inopportuno, sfuggito alle spalle assecondando ventralmente e senza troppo pensiero una pressione interiore: il pettegolezzo, come il peto, per trovare espressione richiede una rapida occhiata intorno, una certa dissimulazione, se fa ridere fa ridere dello sgradevole, conta sulla complicità ma può produrre imbarazzo, indurre a fingere di non aver sentito. Una sintesi d'immagine, un'analogia strabiliante, e non può non far pensare che nella storia della lingua sono esistiti grandi poeti inventori di parole, di cui nessuno conosce il nome.

Quindi il collega pettegolo, davanti alla macchinetta del caffè, si produce in borbottii irrichiesti sulle nuove sentimentali dell'ufficio, la rivista imperniata sui pettegolezzi ha la stessa caratura intellettuale del comico che fa ridere spernacchiando, vibrano sonoramente le notifiche della chat con gli ultimi pettegolezzi su Tizio.

Ma non si diano sul pettegolezzo, così come sul peto, solo giudizi recisi seri e paludati: il pettegolezzo è uno strumento essenziale, per un gruppo. Con la sua indiscrezione apre un confronto discreto sulla complessità degli equilibri sociali: la malizia e l'oziosità della chiacchiera hanno la loro insospettabile utilità, sono anch'esse vie di conoscenza, forse, in una certa misura, perfino di ordine e armonia.

Parola pubblicata il 07 Gennaio 2019

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