Proco

prò-co

Significato Pretendente, innamorato; adulatore interessato

Etimologia voce dotta recuperata dal latino procus ‘pretendente’.

  • «È un pacchetto di azioni conteso da uno stuolo di proci.»

E che è questo proco? Il refuso per un miaale? In realtà è un termine che conosciamo meglio di quel che sembra, anche se il suo uso corrente è estremamente circoscritto — il senso generico si è cristallizzato in un senso specifico, un’antonomasia. Basta volgerlo al plurale: la nebbia si dissipa e ci ritroviamo in un territorio familiare (che peraltro visitiamo spesso) .

Infatti i Proci con la ‘P’ maiuscola, come probabilmente ricordiamo, sono i pretendenti al trono di Ulisse. A circostanziare, sono una banda di 108 giovanotti nobili che si contendono la mano di Penelope durante l’assenza del legittimo marito e re — partito per Troia, in evidente ritardo sul ritorno e supposto morto — a danno anche del principe ereditario Telemaco (peraltro oggetto di complotti omicidi). Sono ospiti della reggia di Ulisse, e consumano come cavallette — tanto che a noi in effetti più che ospiti paiono infestanti o parassiti, ma in Grecia l’ospitalità era affare delicatissimo.

Queste figure fanno parte di una delle narrazioni più famose del mondo e che ha una longevità, nell’arco della nostra vita, impareggiabile (s’inizia prestissimo ad amarla e resta interessante per sempre). Questo nome ci entra stabilmente in testa, ma lo accogliamo come un nome di specie o popolo — dopotutto con l’Odissea ci si allena a questa accettazione, che è parte del suo fascino odeporico: acquisiamo le nozioni scontornate dei gruppi dei Feaci, Lestrigoni, Lotofagi… Ci potremmo anche accontentare che i proci siano proci e basta, come in effetti abbiamo probabilmente fatto. E invece no! Perché il proco è una figura più ampia.

L’originale greco mnestéres sarebbe un ‘pretendenti’, e curiosamente l’omologo latino dotto procus si è conservato nella narrazione — adattato e non tradotto in italiano. Però è una pianta interessante e con altre diramazioni.
Si dice proco la figura fiabesca del pretendente, e più tiepidamente l’innamorato: la famiglia etimologica a cui appartiene è quella delle preces, passate in italiano come ‘preci’, cioè ‘preghiere’ — ma soprattutto ha un fratello insospettato nel procace, un attributo che con pruriginosa piattezza si affibbia sempre (in ordine di specificazione) a donne, forme, seni. Così come i proci a Itaca sono esigenti e temerari, e in questo si rivelano sfrontati, allo stesso modo si può immaginare che anche una forma del corpo esiga, provochi e sia sfrontata — anche se c’è una sostanziale differenza nello scandalo che proci e procaci generano (e al procace mettiamo più vicino il porco che il proco).

Il proco da solo è il corteggiatore, il seduttore — se vogliamo conservarci in ambito amoroso.
Invece se ce ne allontaniamo si avvicina all’adulatore che tenta di acquisire vantaggi: dopotutto, sempre chiede.
Si dirà: è una parola poco spendibile. Non è nota, e perciò le situazioni in cui può avere un buon effetto si assottiglia. Già, ma non dobbiamo scordare i Proci di Itaca: quella stessa occorrenza in cui una parola si arrocca può essere la testa di ponte per sortite e usi ulteriori. Nel caso, per renderla spendibile, spendibilissima, senza comprometterne di un bottone l’altezza e la forza di significato, è sufficiente… conservarla al plurale. Proco è strano, proci no. Proprio echeggiando i Proci, che sono fetenti e arcinoti, con padronanza disinvolta possiamo parlare dei proci della vedova, dei proci che tentano la scalata di una società per azioni, dei proci che bivaccano al vertice chiedendo piaceri particolari. Certo, il risultato è un riferimento forte, addirittura estremo; ma l’universalità quasi proverbiale lo addolcisce.

Parola pubblicata il 17 Giugno 2023