Lingua

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lìn-gua

SignOrgano muscolare della bocca coinvolto nel masticare, nel deglutire e nell'articolare la voce, e con funzione tattile e gustativa; ciò che ha forma stretta e allungata; idioma, linguaggio, sistema di segni condiviso da una comunità come mezzo di comunicazione

dal latino lingua, dall'antica forma dingua.

Davanti a un termine del genere viene in mente Banfi: una parola è troppa e due sono poche. Ma c'è una considerazione piccola e penetrante che possiamo percorrere senza prendere le vie di discettazioni ingombranti (per quanto belle).

In italiano (e non solo) il temine 'lingua' ha il doppio valore di organo anatomico e di sistema condiviso di segni volto alla comunicazione. Il nesso fra questi due significati principali ha la forza di un'intuizione primeva: l'organo sensibile che riposa sul fondo della bocca e che proprio adesso sentiamo toccarci appena i denti è protagonista nell'articolazione della voce; e la voce è il primo veicolo di quel modo di comunicare condiviso e raffinato che ha permesso alla nostra specie di prosperare.

La lingua c'è e si vede, schiocca, si agita, ed è in effetti un punto di meraviglia intelligente il fatto che che sia stata scelta (perché qualcuno, in un certo momento, l'ha proprio scelta) quale rappresentante vivo, tangibile del sistema normato di simboli che spalanca, e della sua complessità di regole, di varianti, di coscienze identitarie. Simbolo di simboli.

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(P. Bembo, Prose della volgar lingua, libro I, cap. XIV)

Non si può dire che sia veramente “lingua” alcuna favella che non ha scrittore. […] La latina lingua chiamiamo noi “lingua” solo per cagion […] di Virgilio, di Varrone, di Cicerone […] [E] se io volessi dire che la fiorentina lingua [è] piú regolata, più vaga, piú pura che la provenzale, […] vi porrei dinanzi il Boccaccio e il Petrarca […] i quali tale fatta l’hanno, quale essendo non ha da pentirsi.


Nel 1525 escono le Prose del Bembo, il primo importante tentativo di sistematizzare la lingua italiana: un’ottima occasione per soffermarci su questa lingua meravigliosa e bizzarra. Ne abbiamo sentito i primi vagiti nell’Indovinello veronese, poi l’abbiamo vista crescere fino a portentose altezze; adesso l’enfant prodige è arrivato all’adolescenza, e si pone la fatidica domanda: “Chi sono io?”

Quesito non facile. Ogni regione, infatti, parla ancora il suo dialetto, spesso incomprensibile agli altri; né c’è mai stato un governo unitario che stabilisse la lingua ufficiale. Non c’è da stupirsi che il povero Italiano sia confuso.

Alcuni gli consigliano di identificarsi nella classe dirigente: molte corti infatti hanno elaborato una lingua franca, sorta di compromesso tra vari dialetti. Altri invece lo invitano a immedesimarsi nel volgo fiorentino: l’unico, a loro dire, che parli una lingua intrinsecamente bella.

Ma sono modelli poco chiari, difficili da seguire. Alla fine si leva, rassicurante, la voce del Bembo: “Mio caro ragazzo, è semplice: tu sei l’Italiano di Boccaccio e di Petrarca. Sei il fiorentino, sì, ma letterario.”

La risposta piace enormemente, e d’ora in poi non c’è scrittore che possa ignorarla. L’Italiano scritto diventa così sempre più strutturato e coerente… fino a conquistare, per merito dell’Accademia della Crusca, il suo “diploma di maturità”: il primo vocabolario.

Tuttavia molti problemi restano. Anzitutto Bembo identifica l’italiano con la letteratura, ignorando una componente essenziale: l’uso comune. Inoltre, per ottenere una lingua pura e omogenea, stabilisce una gamma molto ristretta di modelli – neppure Dante gli va a genio!

Così l’ancor giovane Italiano rischia di essere confinato in un mondo di carta. E infatti assume spesso un’aria azzimata, artificiosa, che lo rende poco simpatico; e si trova a disagio quando deve interagire con la realtà concreta e attuale. Per sua fortuna, però, il ragazzo non è privo di un certo spirito ribelle…

Ma per conoscere il seguito delle sue avventure dovremo attendere le prossime puntate.

Parola pubblicata il 02 Aprile 2018

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