Vagheggiare

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va-gheg-già-re (io va-ghég-gio)

SignContemplare con ammirazione, diletto, desiderio; accarezzare con la mente, sognare

derivato di vago.

Questo verbo, così fine e delicato, ci mette davanti alla complessità del significato dell'aggettivo 'vago'.

Oggi gli ricolleghiamo quasi sempre i significati di incerto, indefinito, ma nasconde ben di più. Infatti il vago è in primis chi o ciò che erra, che si muove vagando, instabile: ad esempio può essere vago il vento, vaga la fantasticheria. E proprio il movimento sfuggente del vago ha suggerito una delle estensioni semantiche più aggraziate della nostra lingua: il vago diventa il desideroso, il voglioso - quasi inseguisse con volubilità ciò da cui è attratto.

Ora, questa declinazione del vago emerge quando la lingua italiana muove i primi passi, in un momento in cui la letteratura è particolarmente concentrata sulla grazia del sentimento d'amore, tant'è che il significato di vago, da desideroso, viene ulteriormente esteso a descrivere una gran mole di qualità positive collegate a questo immaginario, diventando il leggiadro, il bello, l'onorabile, l'amabile - e, sostantivato, l'amante stesso. Comunque, trattandosi di un termine studiosamente usato per lunghi secoli in poesia, in molti componimenti si possono trovare sensi ancora più ramificati.

Il verbo vagheggiare scaturisce da questo terreno, e prende la forma del contemplare con ammirazione, con diletto e desiderio, il rimirare a lungo con amore e compiacimento. Dipoi l'intensità di questo guardare porta al significato con cui più consuetamente conosciamo il vagheggiare, cioè all'accarezzare con la mente, al sognare - guidati dai più disparati sentimenti. Così durante la stesura del piano d'azione si vagheggia un successo clamoroso, quando si subisce un torto ci scopriamo spesso a vagheggiare una rivalsa, e i primi fiori degli alberi di Giuda e i crochi spuntati sul ciglio della strada ci fanno vagheggiare lontane, felici primavere, e l'energia di quella alle porte.

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(Dante, Purgatorio XVI, vv. 85-90)


Esce di mano a lui che la vagheggia

prima che sia, a guisa di fanciulla

che piangendo e ridendo pargoleggia,


l'anima semplicetta che sa nulla,

salvo che, mossa da lieto fattore,

volontier torna a ciò che la trastulla.


Di picciol bene in pria sente sapore;

quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,

se guida o fren non torce suo amore.


Arrivato a metà della Commedia, Dante ci dà un sunto della sua antropologia; e in particolare in queste terzine ci descrive la creazione di un’anima.

Dio, dice Dante, «vagheggia» quest’anima fin dall’eternità, ben «prima che sia»: cioè la contempla con desiderio nella propria mente, come se non vedesse l’ora di crearla. Poi, finalmente, arriva il momento: come tutti i genitori orgogliosi, Dio si ritrova fra le mani un’animuccia appena nata, che ride e piange senza motivo. E se la rimira come se fosse la cosa più bella del mondo.

Al tempo stesso però Dio ha paura, perché quella creaturina è libera. Ha una vita sua, ed è piena di entusiasmo e curiosità. Ma proprio per questo è tremendamente vulnerabile, ignara dei pericoli e degli errori che la aspettano. Perciò quasi gli sfugge dalle mani, mentre lui è combattuto fra la gioia di vederla vivere e l’impulso di trattenerla.

Una cosa soltanto sa la «pargoletta»: poiché è stata creata dalla felicità perfetta («lieto fattore») si muove naturalmente verso ciò che la fa felice («la trastulla»). Spesso, però, gustando il sapore di un «piccolo bene» pensa di aver raggiunto la meta: perciò le occorre una guida per non smarrirsi. Insomma, secondo Dante, educare significa anzitutto insegnare ad amare nel modo giusto (e quindi ad essere felici).

Ma questo passo ha un’altra, stupenda implicazione. Per Dante ciascuno di noi è amato da un amore infinito, che ci ha «vagheggiato» da sempre e in ogni dettaglio. Ed è un amore assoluto, come quello di una mamma: va al di là di tutti gli errori, e continua persino quando noi stessi non ci amiamo più. Sembra di udire qui l’eco del Salmo 139, che sicuramente Dante conosceva: «Sei tu che mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio.»

Con Lucia Masetti, giovanissima laureanda in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 27 Febbraio 2017

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