Acconcio

ac-cón-cio

Significato Idoneo, adatto; pronto; bene ornato

Etimologia participio passato breve di acconciare, derivato di conciare, che attraverso una forma del latino parlato ricostruita come comptiare, viene da comptus ‘adorno’, participio passato di còmere ‘ornare, ordinare’.

  • «Avrei dovuto cercare parole più acconce per dire quello che pensavo.»

È una parola piuttosto sofisticata, anche se è formata con materiale a buon mercato. E insiste su una sfera di significato piuttosto delicata — cioè quella dell’idoneo, dell’appropriato, una zona che richiede discernimento ed è disseminata di giudizio.

Curiosamente la vastità dell’acconciare, da cui viene l’acconcio, è dominata in maniera incontrastabile da un’accezione estetica — un ornare con cura, specie i capelli (pensiamo all’univocità dell’acconciatura). È un piano derivato di conciare, e subito ci investe una dissonanza notevole: il conciare parla, in maniera altrettanto incontrastabile, di roba molto più sgradevole ai sensi. Conciare le pelli significa trattarle perché non imputridiscano, e se considero come hai conciato il libro che ti ho prestato, considero un maltrattamento, una riduzione in stato pietoso. Certo, in teoria può anche avere lo stesso valore estetico dell’acconciare, e non trascuriamolo anche nella veste del condire (polente e insalate si conciano meravigliosamente), ma sono usi minoritari. Un bel rovescio. Ma un momento: stiamo mica per ribaltare un’altra volta la frittata? Stiamo per ribaltare un’altra volta la frittata — ma anche per chiudere il cerchio.

Il latino comptus è ‘adorno’. Il verbo còmere da cui viene è un ornare che ha come significato più importante l’acconciare i capelli. C’è chi nota possa averci pesato su il nome (non imparentato) coma, ‘chioma’. Si tratta comunque di un derivato del verbo èmere, ‘prendere’, e quindi è letteralmente un ‘riunire’, un ‘prendere insieme’, che applicato alle ciocche dà splendidamente un pettinare — ciò che divaga arruffatamente viene disciplinato in gruppo.

In altre parole, per riprendere a volo d’uccello questo viaggio, una parola di ordine parruccario (còmere) passa alla disciplina di materia più vile, anche con ironia (conciare), e torna alla cosmesi (acconciare) giungendo fino ai termini dell’etichetta, dell’opportunità, dell’idoneità (il nostro acconcio).

Che il terreno semantico sia delicato lo notiamo anche dalla mole di sinonimi tutti (quale più quale meno) correnti, che fanno aggio su figure delle più differenti. C’è l’ampiezza pratica ma indefinita dell’atto, e quindi dell’adatto, la perequazione equa dell’adeguato, la burocrazia dell’idoneo, la considerazione calcolata dell’opportuno; e poi abbiamo il liscio compromesso del conveniente, il tratto un po’ più poetico e sussiegoso del confacente, la stima precisa e intima dell’appropriato. L’acconcio mostra un certo grado di ricercatezza: è un adatto molto pettinato. E prende proprio le mosse da un immaginario ornamentale: la sua adeguatezza è condecente, curata — pur se lontana da sofisticherie bizantine. È idoneo, pronto e ben sistemato.

Posso parlare del modo acconcio con cui l’amica ha risposto alla provocazione; al menu acconcio preparato per ospiti di riguardo a cui però (con una punta di cortesia e una di sprezzatura) vogliamo dare l’impressione di non aver dovuto faticare per riceverli; a come, nonostante la chiamata sia giunta improvvisa, ci siamo fatti trovare ben acconci; all’aspetto acconcio sfoggiato, nell’occasione mondana, dall’amico che di solito è di disorientata sciatteria.

Davvero una parola squisita, che in molti discorsi potremo trovare acconcia.

Parola pubblicata il 08 Marzo 2026 • di Giorgio Moretti