Catoniano
ca-to-nià-no
Significato Degno di Catone; austero, severo; intransigente, rigidamente moralistico
Etimologia da Cato, Catonis, cognomen della gens Porcia, in duplice riferimento a Marco Porcio Catone detto «il Censore» e Marco Porcio Catone detto «l’Uticense».
- «Ha difeso la sua posizione con irriducibilità catoniana.»
Parola pubblicata il 03 Novembre 2026 • di Giorgio Moretti
Affrontiamo questa parola stupenda e difficile complicando il quadro già sulla soglia della prima domanda. «Catoniano vale 'degno di Catone', da cui procedono i significati figurati. Ma chi era Catone?»
Ecco, domanda sbagliata, perché (a dispetto di chi già, con la sua dottrina, pensava di saperla) stiamo parlando indistintamente di DUE Catoni, che si chiamavano allo stesso identico modo (infatti si distinguono per il solo epiteto), di cui uno è in effetti pronipote dell'altro, entrambi di fama immortale per motivi diversissimi, ma entrambi passati alla storia per un rigore morale impareggiato. Sorte, conveniamo, curiosissima.
Il primo ha nella moralità un marchio addirittura professionale: è Marco Porcio Catone il Censore (la censura era una magistratura delle più importanti, che investiva anche la conservazione dell'ordine e dei costumi). Morto nel 149 a.C., fu effettivamente molto rigido, contro il lusso, contro i nemici di Roma, contro i corrotti e contro il grecismo rampante. Non lo fu in maniera provinciale, però: ad esempio il greco lo studiò, e in tarda età, e non per mattana senile. Fra l'altro fu famoso arcinemico di Cartagine — si tramanda finisse i suoi discorsi in Senato con «Ceterum censeo Carthaginem esse delendam» ('Inoltre ritengo che Cartagine debba essere distrutta' — l'occasione si presentò tre anni dopo la sua morte).
Gli sono anche affezionato per la frase a lui attribuita con cui mia nonna mi sconsigliava di prepararmi i discorsi in dettaglio: premurati di conoscere ciò di cui vuoi parlare, le parole verranno — o detta con il Nostro «rem tene, verba sequentur».
Il secondo Marco Porcio Catone è detto l'Uticense perché a Utica (non lontano da Cartagine), si uccise, data un'ultima lettura del Fedone di Platone, perduta la postrema battaglia di Tapso contro Cesare nel 46 a.C.
Fu uno strenuo difensore della repubblica senatoria al suo crepuscolo cesariano. Circa un secolo dopo, Marco Anneo Lucano nella sua Farsaglia scrisse «victrix causa deis placuit, sed victa Catoni» ('la causa vincitrice piacque agli dei, quella vinta a Catone'). Questo Catone, insomma, fu e resta celebrato come ultimo incrollabile baluardo di una causa giusta e insieme persa contro il destino. Una causa suprema di libertà, come ci ricorda Dante, che (pagano, suicida, repubblicano) lo mette comunque fra i salvi come guardiano del Purgatorio.
Che gente, questi Catoni. (Mi scivolavano le dita a scrivere «Ad avercene», ma col fatto che furono poco simpatici e concilianti li detesteremmo, meglio una politica fescennina.)
Integrità e rigore sono i caratteri del catoniano, che poggia i piedi su entrambi i Catoni.
Non ha le ombre del moralista, che fa la morale in maniera astratta. La moralità del catoniano è radicale e radicata, non ha niente di fatuo. La sua severità, la sua intransigenza non nasce da astio, da ripicca, e nemmeno come esercizio di potere: nasce come senso vero di giustizia, come etica immanente. E certo l'esser catoniano si estrinseca, ma ha soprattutto una forte dimensione interiore. Austerità e morigeratezza, a suo confronto, appaiono come meri effetti, conseguenze.
Capiamo bene che quella del catoniano non è una qualità che si riconosce a ogni piè sospinto, anzi: perciò il ribaltamento ironico funziona meravigliosamente.
Posso certo parlare della fierezza catoniana con cui l'amministratore rifiuta il favore di un minuscolo indebito vantaggio; posso parlare dell'ostinazione catoniana con cui viene avanzata e riavanzata una proposta politica; o del silenzio catoniano dell'amico quando il discorso volge verso il pettegolezzo. Ma anche delle dichiarazioni catoniane riportate dal losco faccendiere, della severità catoniana di chi con incompetenza promette conseguenze, della censura catoniana mossa da una persona dissolutissima.
Non facciamo finta che sia una parola delle più accessibili. Ma non proiettiamola nemmeno in altezze irraggiungibili: i Catoni, se non sono famosi come un Cesare, un Cicerone o un Virgilio, pur in seconda fila restano celebrità universali, nomi necessari, nel luogo comune della nostra cultura.