Grammatico

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gram-mà-ti-co

SignChi studia o insegna grammatica; persona dotta, colta; persona pedante nell'osservare o nel far osservare regole grammaticali; grammaticale

dal latino grammàticus, che è dal greco grammatikós, derivato di gràmma 'lettera dell’alfabeto', dal tema di gràpho 'scrivere'.

Una parola delle più buffe. Non in sé, ma nella sua ambivalenza.

Il grammatico è una figura di sapore desueto, e diciamo che nonostante molte persone abbiano studiato o insegnino certe grammatiche ad alto livello, difficilmente nel curriculum inseriscono 'grammatico' come qualifica professionale. Anche se forse in questi tempi di tendenze lavorative inaspettate potrebbe essere un'idea.

Visto il significato ampio del termine 'grammatica', si potrebbe dire che il grammatico è il giurista della lingua: dopotutto, della lingua, la grammatica è la parte più evidentemente normativa, e il pensiero del grammatico è tutto intento alla descrizione o alla prescrizione della norma grammaticale. Ora, questa figura è sostanzialmente ambivalente: da un lato gode di tutto l'apprezzamento riservato ai dotti, a chi riesce con lo studio a interpretare, raffinare e formalizzare norme dal caos magmatico della lingua. Per fare la consuetudine serve non solo l'usus, la reiterazione collettiva del comportamento, ma anche l'opinio juris, la convinzione che tale preciso comportamento si debba, e questi comportamenti il grammatico li osserva e quindi definisce, un ruolo non dappoco. Dall'altro lato però un'intensa concentrazione sulla formalizzazione di norme si offre allo spregio della pedanteria, ed è facile che un'attitudine come quella del grammatico sia considerata spesso eccessivamente puntigliosa, saccente, e incline a sacrificare la sostanza per la forma.

Curiosamente quindi nella nostra letteratura troviamo 'grammatico', sostantivo e aggettivo, in veste lusinghiera o denigratoria, ora nome e attributo dell'erudito, ora nome e attributo del sofistico.

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(A. Verri, Rinunzia avanti notaio al vocabolario della Crusca)

Se le cognizioni umane dovessero stare ne' limiti strettissimi che gli assegnano i grammatici, sapremmo bensì che carrozza va scritta con due erre, ma andremmo tuttora a piedi. […] È cosa ragionevole che le parole servano alle idee, ma non le idee alle parole; […] e se dall'inda o dall'americana lingua ci si fornisse qualche vocabolo ch'esprimesse un'idea nostra meglio che colla lingua italiana, noi lo adopereremo, sempre però con quel giudizio che non muta a capriccio la lingua, ma l'arricchisce e la fa migliore.


Proseguono le avventure linguistiche del giovane Italiano: lo abbiamo lasciato nel 1612, dopo la conquista del suo “diploma di maturità” ossia il primo Vocabolario della Crusca. Un secolo e mezzo dopo il giovincello è parecchio cresciuto, benché debba contendere lo spazio a molti vivaci fratellini, i dialetti. Lui li guarda con un sussiego non privo di invidia: è infatti un ragazzo fin troppo serio, dalla mentalità ancora scolastica. Conserva termini ormai desueti, e viceversa si trova in imbarazzo quando deve parlare delle realtà più recenti e concrete.

Inizia però a subire il fascino di un cugino più grande, Francese, con cui del resto è sempre stato in buoni rapporti. Adesso l’eloquio del cugino gli appare letteralmente “illuminante”: razionale nelle argomentazioni, limpido nello stile.

L’ammirazione spinge quindi Italiano a imitare la parlata di Francese, e alimenta sentimenti ribelli nei confronti dei suoi tutori, i grammatici della Crusca. Loro, però, lo redarguiscono subito: che ne è della sua purezza interiore? Perché questo bisogno di sgraffignare parole altrui?

Ricordiamo per inciso che anche mamma Latino, ai suoi tempi, tendeva a far disperare i propri tutori, specie nel periodo più tardo. E in effetti proprio i suoi errori portarono, in ultimo, alla nascita di Italiano (chi fosse il padre non è ben chiaro, girano voci diverse).

Infine Italiano dichiara apertamente, sulla rivista milanese “Il Caffè”, la propria “rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca.” Vuole essere, afferma, un uomo libero: se una parola straniera o un’innovazione grammaticale gli parrà utile, l’adotterà, in barba a tutti i puristi del mondo.

D’altra parte vivere senza regole non è pensabile: perciò i rapporti con i tutori, sebbene tesi, non si interrompono. Qualche compromesso ogni tanto, o qualche bisticcio; e intanto Italiano continua a cercare faticosamente la propria voce, che sia naturale come quella dei fratellini e limpida come quella del cugino.

Alla fine un brav’uomo gli consiglierà di sciacquare i suoi panni nell’Arno; e Italiano lo farà volentieri perché, essendo nato su una penisola, sguazzare nell’acqua gli è sempre piaciuto. Ma questo è un altro capitolo.

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 11 Giugno 2018

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