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Sale

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sà-le

SignComposto chimico costituito da ioni, prodotto di diverse reazioni; cloruro di sodio; giudizio, intelligenza; facezia, battuta

dal latino sal.

Ancora una volta consideriamo una faccia nota per cercare di capirla a fondo.

In chimica il sale è un genere di composti (una delle pagine più difficili del libro di chimica del liceo), che possono essere ottenuti tramite una certa varietà di reazioni (classicamente, dall'unione di un acido e una base, e che a seconda dell'acido prendono la desinenza '-uro', '-ito' e '-ato'); ma il nome stesso di questa complessa categoria nasce dal suo campione, dal sale per eccellenza: il cloruro di sodio. Stupisce ma non sorprende il fatto che in latino il termine sal descrivesse sia il sale, sia l'acqua di mare e il mare stesso.

Quella del sale è in effetti una presenza storicamente e culturalmente molto importante. La difficoltà della sua produzione, insieme alla sua necessità per la conservazione di cibi e alla gradevolezza del suo gusto ce lo tramandano come uno dei composti più preziosi. Non a caso il nostro 'salario' viene dall'usanza romana di pagare un'indennità per l'acquisto del sale a magistrati e militari.

Ma già in latino si apprezza il salto figurato di questo termine. La piacevolezza essenziale e il gusto acuto del sale diventano dei paradigmi di qualità positive relative all'ingegno: avere sale nel cervello o interpretare una faccenda con un grano di sale sono espressioni che descrivono un'alta capacità di giudizio, un'intelligenza vivace. Il che resta vero anche quando il sale si riferisce a battute di spirito e facezie. E il sale, pure, punge e brucia, e queste qualità emergono, ad esempio, nel conto salato.

La portata di questi significati di 'sale' diventa ancor più evidente in contrapposizione ai vasti significati dell'insipido e dello sciocco: il gusto è un senso primigenio, e le metafore gustative segnano i concetti con una forza archetipica.

______________________________


(Dante, Paradiso XVII, vv. 55-60)


Tu lascerai ogne cosa diletta

più caramente; e questo è quello strale

che l’arco de lo essilio pria saetta.


Tu proverai sì come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle

lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.


Questo è uno dei punti più intimi della Commedia: Dante sta descrivendo, attraverso la profezia di Cacciaguida, la sua esperienza dell’esilio.

Naturalmente il primo (e più grande) dolore è perdere luoghi e persone amate: una ferita aperta che ha accompagnato Dante per tutta la vita. Segue poi il dolore di vivere in luoghi estranei, affidandosi alla carità del prossimo. E l’autore ne parla attraverso oggetti tangibili, che danno ai suoi versi un’impressionante concretezza. Leggendoli è impossibile non pensare ai tanti italiani che da secoli sono stati costretti a emigrare; e, viceversa, ai tanti immigrati che transitano sulle nostre sponde.

L’accenno al sale, poi, mi sembra particolarmente commovente. Sappiamo infatti che il tradizionale pane toscano è senza sale: perciò, semplicemente mangiando del pane, Dante era sempre costretto a ricordarsi di essere in terra straniera.

In effetti la nostalgia morde più acutamente proprio nelle piccole cose. Distratto da preoccupazioni e abitudini, il pensiero si assuefà poco a poco alla lontananza. Ma in ogni momento il ricordo può essere ravvivato da una piccola stonatura: un dettaglio da cui la memoria non aveva pensato di doversi difendere; e che quindi, proprio perché insignificante, ha conservato tutta la sua forza.

È interessante, d’altra parte, l’affermazione con cui Cacciaguida introduce la profezia. Egli infatti “legge” il destino di Dante nella mente di Dio, come se ascoltasse «dolce armonia da organo».

Dunque l’autore rilegge anche il proprio straziante dolore all’interno di una prospettiva provvidenziale. Così ogni avvenimento diventa parte di un misterioso progetto d’amore: come la nota di un canto, che solo nell’insieme rivela la sua bellezza.

E l’esilio diventa, a sua volta, immagine del cammino umano verso Dio: la vera “patria” di cui, secondo l’autore, avvertiamo il richiamo. Non a caso Dante, descrivendo a Brunetto il proprio viaggio ultraterreno, aveva detto semplicemente di essere diretto «a casa» (Inf. XV, v. 54).

Con Lucia Masetti, giovanissima dottoressa in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 22 Maggio 2017

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