Implicatura

im-pli-ca-tù-ra

Significato Contenuto che non viene comunicato letteralmente, ma che l’ascoltatore può comprendere in base a ciò che viene detto esplicitamente, al contesto, al tono o alle regole condivise della conversazione

Etimologia da implicare, voce dotta recuperata dal latino implicàre ‘avvolgere, coinvolgere’, derivato di plicàre ‘piegare’, con prefisso in- ‘dentro’. È calco morfologico dall’inglese implicature, neologismo coniato dal filosofo Paul Grice negli anni ’60 per designare un concetto tecnico della pragmatica linguistica.

  • «Quando dici 'Grande idea' con quella faccia, l’implicatura è che non ti piace affatto.»

Molti (ma prima di sentirvi offesi, cogliete l'implicatura: ho detto "molti", non "tutti"), si staranno domandando: ma non si diceva implicazione? Sciogliamo dunque una matassa terminologica non irrilevante: implicatura e implicazione, pur derivando entrambe da implicareletteralmente 'piegare dentro' – piegano in direzioni diverse.

L'implicazione è il nesso logico necessario, ciò che segue ineluttabilmente da premesse date. Se la borsa crolla, si perde denaro: è relazione di conseguenza ferrea, governata da principi logici. L'implicatura, per contro, è più sfuggente. Si può carpire dal contesto, leggere tra le righe del discorso. Non segue dunque per necessità logica, ma si calcola, si deriva, come direbbero gli studiosi di pragmatica. È operazione che talvolta somiglia a una semplice addizione, talaltra richiede la soluzione di un'equazione differenziale: dipende dalla complessità del contesto, dalla forma linguistica impiegata, dall'opacità dell'intenzione comunicativa.

Alcune implicature sono definite convenzionali perché il contenuto che veicolano, pur rimanendo implicito, deriva dal significato codificato delle espressioni linguistiche impiegate. Esempio prototipico è la congiunzione avversativa ma. Si consideri: «È un politico ma è onesto». L'implicatura qui è cristallina: i politici, generalmente, non sono onesti. Il parlante non ha asserito esplicitamente questa generalizzazione, eppure non può sottrarsi al contenuto implicato. Tentare di negarla sarebbe infatti quantomeno bizzarro: «È un politico ma è onesto. Non che io creda che i politici non siano onesti» produce un'incongruenza stridente.

Vi è poi un tipo di implicito che diciamo non è così ancorato al significato lessicale, ma emerge dal contesto, dalle aspettative reciproche, dalle regole tacite della comunicazione. È qui che il filosofo Grice dispiegò il suo genio teorico, postulando come ogni conversazione sia retta da quelle che definì quattro massime cardinali, volte ad una comunicazione cooperativa: Quantità (fornisci la giusta dose d'informazione, né troppa né troppo poca), Qualità (sii veritiero), Relazione (sii pertinente), Modo (sii perspicuo, evita oscurità e ambiguità). Sembra quasi banale, ma l’eleganza di questa formulazione è estrema e descrive la magia che avviene nelle conversazioni quotidiane: la capacità di capirsi senza bisogno di dire tutto.

Quando alla domanda «Esci per una birra?» viene risposto «Ho una riunione importante domani», tecnicamente non vi è risposta alla domanda. Si viola la massima della Relazione non rispondendo in modo pertinente a una richiesta che prevederebbe un sì o un no; eppure, facilmente, si dedurrà che no, non può uscire. L'implicatura emerge dallo scarto tra ciò che si dice e ciò che ci si aspetterebbe venisse detto, dal vuoto che il parlante crea deliberatamente e che l'ascoltatore colma con un'inferenza. Queste implicature, a differenza delle convenzionali, sono cancellabili: si può infatti proseguire dicendo «Ho una riunione importante domani, ho proprio bisogno di una birra», e l'implicatura svanisce senza che la verità dell'enunciato originario ne risulti inficiata.

Esiste infine una categoria particolare, le implicature conversazionali generalizzate, che emergono sistematicamente anche fuori contesto. Ricordate all’inizio, quando abbiamo detto a chi conosceva la differenza tra implicazione e implicatura di non offendersi per la nostra generalizzazione? Bene, «molti si domandano» implica che non tutti lo facciano, altrimenti si sarebbe usato il quantificatore (elemento che esprime una quantità) più forte, tutti. È un gioco di scale lessicali – alcuni, molti, tutti – che il cervello decifra in un lampo (ma comunque in qualche millisecondo in più rispetto alle implicature convenzionali).
Il principio è semplice e geniale: si presume che chi parla scelga la parola più informativa possibile. Se avesse voluto dire “tutti”, l’avrebbe detto.

Ma perché questo accade? Perché non parliamo sempre in modo esplicito, papale papale? Ebbene, questa è una questione che sconfina nella filosofia del linguaggio, nell'antropologia, forse persino nell'etica della conversazione. Una domanda che, in questa sede, lasciamo deliberatamente aperta perché richiederebbe un'altra parola al giorno. O forse molte.

Parola pubblicata il 02 Gennaio 2026 • di Greta Mazzaggio