Divulgare
di-vul-gà-re (io di-vùl-go)
Significato Rendere noto a tutti un fatto, anche riservato; rendere comprensibili per un pubblico ampio concetti scientifici e settoriali
Etimologia voce dotta recuperata dal latino divulgare ‘diffondere fra la gente’, da vulgare ‘rendere comune’ (a sua volta da vulgus ‘gente, folla’), col prefisso dis- che indica uno sparpagliamento.
- «Il numero esatto non è stato divulgato, ma credo ne abbia mangiati una ventina.»
Parola pubblicata il 17 Gennaio 2026 • di Giorgio Moretti
Ha un’ottima considerazione, ma non dobbiamo credere che sia una parola felicemente semplice e piana. Per quanto la divulgazione sia una pratica che ha guadagnato ampi spazi, apprezzamenti e consensi — dandoci la possibilità di accedere, da profani, a galassie di saperi settoriali —, resta poggiata su un concetto più che scivoloso: il volgo.
‘Divulgare’ è una voce dotta presa in prestito dal latino alla fine del Duecento. In latino era già un ‘diffondere fra la gente comune’ e — attenzione — un ‘banalizzare’. L’atto in sé è spiegato dall’etimologia in maniera meravigliosamente sintetica, ancora una volta grazie all’eloquenza di un prefisso: il dis- sparpaglia, muove qua e là, a dritta e a manca, mentre il vulgus è la gente, la folla, la massa (termine peraltro di origine ignota).
Ora, che ‘sto vulgus non sia votato all’alloro e all’incenso è abbastanza chiaro: pensiamo a quanto anche per noi sia minoritario il ‘volgare’ nel senso neutro di popolare, rispetto al ‘volgare’ nel senso di basso, grossolano, sguaiato, triviale e in buona misura ottuso. E per quanto il divulgare abbia da sempre una vocazione che lo avvicina al ‘pubblicare’, e quindi verso un rendere accessibile a molti ciò che prima era accessibile a pochi, è inevitabile che questo contrasto molti/pochi acquisisca una certa considerazione del ‘molti’ come volgo volgare — stendendo l’ombra di un involgarimento di ciò che è divulgato.
Di conseguenza (ecco il punto d’ambivalenza) non è strano che il divulgare sia un atto prometeico giudicato anche con l’occhio olimpico di Zeus, e non solo con quello degli esseri umani nelle loro spelonche cui ora arride il fuoco. Agli epopti, agli iniziati, anzi, spesso pare goffo e poco accettabile il tentativo di rendere di dominio pubblico l’ostica rivelazione conquistata — la semplificazione inevitabile si può credere (o pretendere) che imbastardisca e snaturi le altezze del sapere. Non di rado la qualificazione di uno stile come divulgativo adombra l’insinuazione di una leggerezza abusiva.
Nella realtà dei fatti la fatica della conoscenza ha ben poco di orfico e di misterico, e quelle discipline che hanno più difficoltà a interrogarsi sulla propria divulgazione (come anche sul proprio insegnamento) sono discipline che hanno dei dei problemi con l’epistemologia, coi metodi e i limiti del proprio sapere. La divulgazione è essenziale perché ogni scienza si conservi libera e democratica, in contatto con i popoli, e non una manovrabile cabala da torre d’avorio: lo sapeva bene uno dei più grandi autori che la nostra lingua può vantare — Galileo.
Ma la divulgazione, beninteso, nonostante la centralità di questo caso, non esiste solo nel campo del sapere scientifico.
Il divulgare è stato un po’ di tutto, nella storia della nostra lingua — un promulgare, un pubblicare editoriale, un celebrare, un acclamare. Ma per noi resta, in genere, un aprire, rendere noto a una comunità indefinita un certo fatto, un avvenimento, magari anche qualcosa che era (e forse doveva restare) riservato. Posso essere la prima persona a divulgare una notizia sensibile, alcuni elementi dell’indagine vengono divulgati con gran danno dell’indagine stessa, mentre nasce una grande discussione quando vengono divulgati dati a lungo attesi. Anche in questo caso, una certa ambivalenza resta: è un’apertura irremeabile, e non tutti i segreti sono segreti senza ragione.