Tepore

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te-pó-re

SignCalore confortevole, piacevole

dal latino tepor, derivato di tepère 'essere tiepido'.

Questa è una delle parole più graziose che abbiamo in sorte di poter pronunciare. E la sua non è una grazia ricercata, astrusa: è una parola comune e cardinale, anche perché ha pochi sinonimi percorribili.

Si tratta di un lieve calore, ma 'lieve calore' è un'espressione piuttosto didascalica; il termine che le si avvicina di più è 'calduccio', che però ha un tono naïf. Per non parlare di 'tiepidezza': pur avendo la medesima origine nel latino tepere richiama un 'tiepido' spesso evocato come calore scarso.

Essa descrive con precisione netta un calore confortevole, che col suo essere moderato dà un piacere schietto. Nelle ultime giornate dell'inverno cerchiamo il nuovo tepore dei raggi del sole, entrando in casa veniamo accolti da un tepore avvolgente, siamo restii ad abbandonare il tepore del letto, e il tepore di una conversazione ci mette intimamente ad agio. E proprio il carattere d'intimità è uno degli esiti più efficaci di questa parola: perché il consunto 'calore umano' può essere calor bianco, di rabbia, di passione. Il tepore invece appartiene a un campo di sentimenti tutti positivi e posati, di incontro calmo e condivisione sincera.

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(Luciano Cecchinel, Come il respiro di un profumo)


Luce bianca d’inverno,

come il respiro di un profumo

io ti avevo sentito

nel tepore ubriaco

di un lento vorticante

cielo stellato.


E fosti

sbrecciando le muraglie del buio,

ammutolendo gli urli

remoti delle notti.

Perché anche l’ora più oscura

Si facesse casa.


La neve, pragmaticamente parlando, è una specie di pioggia, e per lo più foriera di seccature. Ma allora perché il sogno di tutti noi è un ‘bianco Natale’, e ai primi bruscolini esultiamo come per un dono inaspettato? Me lo stavo giusto domandando, quando mi è capitata davanti questa poesia di Luciano Cecchinel, un poeta veneto contemporaneo.

La prima strofa ruota attorno al presentimento della neve. Nell’aria c’è qualcosa, ma non un profumo distinto: è come se sentissimo sulle guance il respiro di una persona cara. Peraltro la neve è qui associata alla figura femminile, e dunque all’avvento dell’amore.

Perciò, nonostante il freddo, sentiamo un tepore confuso: il cielo sopra di noi sembra addolcirsi, come lo sguardo caldo di qualcuno che ci vuol bene; ma al tempo stesso la sua immensità ci dà le vertigini. Siamo pieni di un’ebbrezza d’attesa, che non sappiamo spiegare. La volta stellata ruota lentamente, e forse quelle piccole luci preannunciano già i cristalli di neve, che fioccheranno al suolo come visitatori da un altro mondo.

Poi la neve arriva (“e fosti”), e ha tutta la forza dell’inaspettato. Così, in pochi istanti, tutto il mondo sembra trasfigurarsi nella luce e nel silenzio.

Il baluginio della neve, infatti, apre una breccia nelle “muraglie del buio”: nelle prigioni della solitudine e della monotonia s’infiltra un’intuizione di libertà, di gioia. Mentre un silenzio serafico zittisce “gli urli remoti” del dolore e della paura, ispirando una fiducia senza ragione… quasi portasse un’aria di casa.

E allora ecco, forse, perché non sappiamo immaginare un Natale senza la neve. Perché questa è la festa della (sacra) famiglia, in cui si concretizza il desiderio di essere amati e accolti, di sentirsi al proprio posto. Dunque il Natale è il momento in cui tutto il mondo ha il tepore di una casa; o, per chi crede, in cui ogni casa ha il tepore di una capanna. E la neve, con la sua dolcezza solenne, porta in sé questo segreto.

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 25 Dicembre 2017

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